La “storia bella” della comunità cattolica di Čeljabinsk

Čeljabinsk, città russa sugli Urali, sorta attorno alla fortezza che dal XVIII secolo proteggeva le vie commerciali dai predoni bashkiri. In epoca sovietica divenne famosa per i trattori, le industrie metallurgiche e la produzione dei carri armati T-34, nonché per un grave incidente nucleare avvenuto nel 1957. Più recentemente, per la grossa meteora frantumatasi sopra la città nel febbraio 2013.
Čeljabinsk ha una popolazione molto variegata: russi, tatari, bashkiri, discendenti di polacchi e tedeschi. Anche dal punto di vista religioso c’è di tutto: ortodossi, protestanti, musulmani, ebrei e una piccola comunità cattolica.

I primi cattolici arrivarono qui alla fine dell’800, dalla Lituania e dalla Polonia, per lavorare alla costruzione della Transiberiana. Nel 1914 la comunità, composta da quasi duemila fedeli, poté consacrare la chiesa dedicata all’Immacolata, un bell’edificio neogotico in mattoni rossi, in cui celebravano anche i cattolici di rito orientale.
Con l’instaurazione del potere bolscevico la chiesa fu chiusa, poi trasformata in deposito e mensa, e infine fu fatta esplodere negli anni ’30, all’epoca del Grande Terrore, quando anche i cattolici finirono nelle purghe staliniane con accuse infondate di «spionaggio a vantaggio della Polonia». Durante la seconda guerra mondiale nella regione furono deportati i tedeschi del Volga, in maggioranza cattolici, che nel dopoguerra celebravano clandestinamente negli appartamenti.
Solo nel 1982 le autorità sovietiche permisero ai fedeli legati a Roma di avere un luogo di preghiera, e finalmente nel 1992 – dopo 60 anni! – riebbero un sacerdote, il tedesco padre Wilhelm Palesch.
Nel ’99 è stata anche ricostruita la chiesa, in periferia, sul luogo dove un tempo esisteva il campo di internamento dei tedeschi deportati dalle regioni del Volga.

Oggi sono presenti due sacerdoti bielorussi, il parroco don Jan Vysockij, coadiuvato da padre Sergij Bil’dis.
La prima impressione che hanno avuto non è stata affatto positiva, l’aria era irrespirabile per via dello smog: «Nei primi mesi ci bruciavano anche gli occhi». Lo racconta don Jan in un’intervista a Novaja Gazeta, un laicissimo media online, che però è sempre attento alle storie belle. Oltre a Čeljabinsk, i due religiosi si recano una volta al mese nelle cittadine vicine, a visitare le comunità cattoliche, spesso piccolissime – 10-15 persone, – mentre di domenica nella nuova chiesa dell’Immacolata sono presenti oltre un centinaio di fedeli. «Perché le persone capiscano il senso della liturgia, la maggior parte della celebrazione è in russo. Solo in occasione delle feste solenni risuona un po’ di latino!», spiega don Jan.

Le «storie belle» in questo caso le racconta Natal’ja Lavrechina, direttrice della Caritas. Innanzitutto il progetto Raduga, centro di raccolta di abiti per bambini di famiglie in difficoltà, e punto di riferimento per aiutare il loro inserimento nel mondo della scuola. Anche ai senzatetto vengono distribuiti abiti, cibi caldi e in aggiunta c’è un servizio di lavanderia. Poi il servizio per chi ha in casa malati cronici: infermiere professionali aiutano parenti e operatori sociali ad affrontare il problema. «Spesso le persone in questi casi si sentono perse, e da noi imparano come sistemare l’ambiente domestico per poter assistere al meglio il proprio caro, perché da questo dipende la qualità della vita di tutta la famiglia».

Infine, il drammatico problema del carcere femminile. «Per 10 anni abbiamo operato nella colonia penale Numero 5 – racconta Lavrechina. – Nel 1999 ricevemmo una lettera da una detenuta che si era fatta battezzare nella Chiesa cattolica, e chiedeva assistenza spirituale e di poter ricevere i sacramenti. Per anni non siamo potuti entrare in carcere, si poteva al massimo pregare per lei o inviarle dei pacchetti. Solo in un secondo momento è iniziata la cooperazione tra la parrocchia e le autorità carcerarie. Così per quattro anni abbiamo visitato la colonia femminile.

Successivamente abbiamo saputo che c’era un braccio in cui erano rinchiuse le donne che avevano partorito in carcere, dove però le condizioni di vita non permettevano di allevare, nutrire e accudire i bambini in modo adeguato. Così abbiamo proposto di creare uno spazio dove madri e figli potessero stare un po’ insieme. Con questo progetto siamo stati presenti in carcere fino al 2016, quando è cambiata la direzione e non è più stato possibile collaborare».

Il progetto prevedeva anche un aiuto economico, per far fronte alla situazione sanitaria altrettanto precaria in cui venivano al mondo i piccoli.
«Al nostro arrivo il braccio delle madri era in pessime condizioni»: fessure alle finestre, muffa alle pareti, topi che scorrazzavano, bacinelle messe qua e là per raccogliere il gocciolamento dal tetto. «Non ci è stato permesso di far installare uno scaldabagno», osserva sconsolata Natal’ja, – perché avrebbe creato «condizioni troppo confortevoli».

«Corollario» del problema carcerario, quello della violenza sulle donne, tema che anche in Russia da qualche tempo è salito alla ribalta sociale e politica. La Caritas di Čeljabinsk mette a disposizione un ricovero temporaneo. L’ospite tipico – spiega Natal’ja – è una donna che viene da una regione lontana, è spesso totalmente priva di autostima e ha già avuto grossi problemi nella famiglia di origine. «Queste donne per un po’ d’affetto fanno qualunque cosa, perciò finiscono a vivere con il primo che passa, anche se non è la persona giusta. Passa un po’ di tempo e tutto si complica, lei diventa vittima, non è in grado di opporsi alle violenze, e a volte si arriva a situazioni limite. Perciò è costretta a scappare, e noi le offriamo un ricovero». Tamponare le falle non basta, Natal’ja è convinta che occorra impostare un percorso rieducativo: «Lavorare con la famiglia in modo da scongiurare la violenza… Spesso nel profondo i coniugi si vogliono ancora bene, è necessario arrivare fin laggiù, e partire da lì».

Sulla pagina Vkontakte della parrocchia, oltre un migliaio di foto testimoniano la vivacità di questa piccola comunità degli Urali.