La ragazza e il Frecciarossa

Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Milano, aprile. Alle sette, come ogni mattina, Lisa, 18 anni, si era alzata, assonnata. Un caffè in cucina, di fretta, i vestiti da scegliere, i libri nello zaino. Il tonfo della porta chiusa alle spalle. Lei per strada, bruna, bellissima. Alle sette, come ogni mattina, il Frecciarossa numero 9513 era partito da Torino per Milano: il muso puntuto ansioso di vento, la pulsione a correre da purosangue d’acciaio.

Lisa esce di casa, traversa la periferia diretta alla stazione Certosa. Ha un passo veloce e leggero. Per strada la gente si volta a guardarla. Lei, le cuffie nelle orecchie, non ci fa caso. Il Frecciarossa si lascia indietro l’hinterland di Torino e macina le pianure di Vercelli e di Novara. Già attraversa il Ticino. È una saetta rossa nella campagna, in questa mattina di sole.

C’è un sottopassaggio per i pedoni a Certosa, ma si fa prima a attraversare i binari. E Lisa deve essere a scuola, fra poco. È sovrappensiero. Che cosa, nella mattina già tiepida di aprile, la rende tanto assorta? La musica nelle cuffie batte, ritmica. Ma cosa ha in testa lei stamattina? Un servizio da modella, un viaggio, un amore? L’amore a 18 anni può essere un fiume che si gonfia e esonda, e cancella ogni cosa. Lisa ascolta Rihanna e contempla la sua vita intatta, lucente, davanti.

I palazzi e le torri di Milano già si disegnano all’orizzonte, in fondo ai binari. Il Frecciarossa costeggia l’area dell’Expo, poi sbuca verso Certosa. Fischia, forte, a annunciarsi. Il fischio fende l’aria come una lama. E d’improvviso tutto è così breve. Lisa avanza come impercettibilmente danzando. Lo sguardo fisso, presa come è dai suoi pensieri. Non sente il fischio lacerante, né lo stridio disperato di freni sulle ruote di acciaio. Forse, solo una frazione di secondo per capire. L’urto atroce: poi, per qualche istante, sulle banchine solo un attonito silenzio. Ora la gente accorre, fa ressa, sgomenta. Una chiazza larga di sangue, e libri sparsi da uno zaino. Un giovane agente di polizia cerca i documenti. Si attarda a guardare la foto: «Dio, come era bella».

Più nulla? Il dubbio, in quella periferia di cemento e di ferro, grava su chi sta a guardare. Più nulla, possibile? I desideri, le attese, le tante cose da fare, amare, vedere. Che scandalo morire così, a 18 anni. Skandalon, significa ostacolo, inciampo. E chi ha visto, e chi viene a sapere, inciampa come in una buca nel suolo. Più nulla? Assurdo, impossibile; eppure si allarga, attorno a questa morte, come l’aspro fragore del niente.

Qualcuno che passa dalla stazione Certosa fra sé mormora: «Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte». Riallaccia con antiche parole qualcosa come un filo interrotto. (C’è una madre, c’è un padre in quest’ora, nel buio più oscuro e profondo).

Nel “Tu” invocato in quelle parole a bassa voce sta la sola speranza. Non per un nulla, siamo venuti al mondo. La bella Lisa, assurdamente attesa da un treno, sta ora assisa in questo Mistero. Noi non vediamo, noi non riusciamo a capire. Ma ostinatamente, a mani aperte e vuote, aspettiamo.

Foto Ansa


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