La quiete tanto attesa

Quante volte durante l’anno vorrei una giornata tranquilla. Eccola, è qui. E mi rende inquieta. Non parto, nelle domeniche vuote. Ho capito che quello che cerco non è altrove. È qui. Come una fonte sepolta in un pozzo

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Milano, 31 luglio. Una domenica. Le strade sono semideserte. Il caseggiato è innaturalmente silenzioso; solo, dalla strada, il rombo di un autobus che passa, veloce e vuoto. L’aria è una coltre molle che intorpidisce. Anche la casa è muta: via i figli, senza le loro voci queste stanze sembrano assurdamente grandi. Accendo la tv, senza guardarla, solo per sentire un’eco di parole.

Tutto, senza i ragazzi, è così in ordine. Nemmeno un paio di scarpe da ginnastica abbandonate in ingresso, nemmeno un libro di matematica spalancato in soggiorno. Lo schermo del pc, in studio, è spento, nero. Il bucato sul balcone è steso, il frigorifero è pieno. I gatti dormono, acciambellati sui divani. Non c’è bisogno di nulla. Si potrebbe stare tranquilli: leggere un libro, riposare. Non riesco a fare niente invece. Quante volte durante l’anno mi dico: come vorrei una giornata tranquilla. Eccola, è qui: ma proprio questa quiete mi rende irrequieta.

Da ragazza, in un pomeriggio di domenica silenzioso come questo, avrei preso la macchina. Sarei partita senza sapere per dove, cercando: senza capire che cosa, e perché. Spinta dalla confusa idea che la vita, comunque, fosse altrove. (“Instabilitas loci”, chiamava questa irrequietezza san Tommaso; l’impossibilità di stare fermi, come se l’immobilità comportasse una insostenibile tensione). Oggi, non prendo più l’auto. Non parto, nelle domeniche vuote, per nessun luogo; perché ho capito che quello che cerco non è altrove. È qui, deve esser qui; e non in casa, ma addosso, anzi, dentro di me. In fondo; come una fonte sepolta in un pozzo. Ci vorrebbe un secchio, e una corda per calarlo giù in basso, nel buio, fino a quando si senta il metallo che urta contro l’acqua, con un suono argentino. Ci vorrebbe, ma non ho quel secchio e quella corda. Forse il tramite che mi manca è una faccia, una voce?

L’apparenza delle cose è opaca nel caldo fermo. Il crocefisso in cucina, con l’ulivo delle Palme ormai secco, anche lui sembra solo cosa fra le cose. Tutto è materia sorda, oggi, e nessun segno rimanda a nulla che sia nascosto dietro l’apparenza.
Annaffiare le piante sul balcone – immobili le foglie, nell’aria densa – sognando l’alzarsi di una folata di vento, che scompagini e rimescoli la quiete. Desiderare il gracchiare del citofono, e l’abbaiare del cane che sente dei passi sulle scale. La porta che si spalanchi, uno zaino buttato per terra, le parole a raffica di un figlio che senza smettere di raccontare spalanchi affamato la porta del frigo, e accenda lo schermo del pc, e colmi di vita la casa. Desiderare una faccia, una voce: che sfondi questo muro sordo, e ti riporti quasi a forza a ciò che sei. «Noi siamo un colloquio», dice un verso di Hölderlin, e non hai mai capito quanto è vero come in questa domenica di assordante silenzio.

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