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La maestà di un rito diurno

ottobre 11, 2017 Marina Corradi

cucinare

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La casa del vecchio parroco alla periferia nord di Milano è grande e silenziosa, in un cortile appartato a fianco della chiesa. Salite le linde scale di pietra mi affaccio nell’ingresso, noto con nostalgia le mattonelle antiche, nere e rosa, come quelle che c’erano una volta nelle scuole. Ma come entro mi avvolge un profumo di minestrone e di arrosto che si allarga dalla cucina, in fondo, dove una badante è intenta ai fornelli: col grembiule sul petto e un mestolo di legno in mano. La donna si volta, sorride, saluta, e si china di nuovo sulle sue pentole.

Sono appena le undici, ma questa è ancora una di quelle case in cui il pranzo si prepara con calma, come un rito che va svolto con ordine, e dispiegato secondo i suoi canoni antichi. Non come a casa mia insomma, dove i surgelati vengono buttati bruscamente in padella, e il pangrattato e le uova sono elementi ignoti, giacché compriamo le cotolette, come dice mio marito, “prelavorate”.

Quest’angolo di casa di una volta mi colpisce e, mentre aspetto di parlare con il parroco, allungo gli occhi: scorgo un tagliere con i resti di verdure pazientemente tritate da un gran coltello, da cui, ne sono certa, ancora emana aspro l’aroma di cipolla, l’anima del sugo. In una pentola grande quelle verdure ora sobbollono con un borbottio profondo, che dà alla cucina un calore di un focolare pensoso.

Bello sarebbe sedersi qui, sotto a una pendola che oscilla regolare, e, semplicemente, aspettare. Dal forno viene, intenso, un profumo di carne arrosto e – annuso – di patate adeguatamente cosparse di rosmarino. È la festa di qualcuno? domando. No, mi risponde la donna, un po’ stupita. Volgo lo sguardo alla tavola: infatti non è imbandita, solo tre sedie attorno a una tovaglia a fiori leggermente sbiadita. Piatti bianchi, bicchieri di vetro, i tovaglioli arrotolati negli anelli col nome di ciascuno. Pane. Una bottiglia di rosso già iniziata e accuratamente tappata con un sughero aspetta i commensali.

Vorrei sedermi qui, a mezzogiorno, mentre le campane da fuori battono lente, e non solo per mangiare. Per assaporare questi aromi di orto sciolti nel vapore che appanna un poco i vetri alle finestre. Per inspirare il fumo che si allargherà dalla zuppiera bollente, per spezzare questo pane croccante. E per lasciare il vino denso e scuro scorrere in gola, e addolcire e lenire i pensieri. Per mangiare, commossa, nella pace in cui si mangiava una volta, nelle nostre case.

Con quella piccola macchia di vino sulla vecchia tovaglia a fiori a confermare che non è festa, che è un giorno come gli altri. Nella mite maestà di un rito diurno che segnava la giornata, e la dipartiva come un crinale: fin qui il mattino, da qui, dopo il riposo, l’ordinato scorrere del pomeriggio verso la sera, e il buio. Quando, di nuovo, attorno a quella mensa ci si sarebbe ritrovati tutti. Le briciole sulla tovaglia, il pane a ripulire, religiosamente, il piatto dall’ultima traccia di sugo.

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