La luce d’oro del Veneto: dolcezza e mistero

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Padova, 22 ottobre. Una luce di vetro, limpida, luce che sa già di mare, si riflette sulle antiche case con le finestre a bifora. Il sole di questa giornata di ottobre è dolce e estenuante: l’estate proprio non vuole morire. Gli alberi d’oro, e qui e là il rosso purpureo delle viti americane, nell’ultimo sanguigno fiotto di vita. Padova è i suoi muri antichi di mattoni, dietro ai quali fioriscono giardini segreti; è cancelli leggermente arrugginiti, e le ultime rose che si affacciano, pallide.

Ma poi, salendo verso Castelfranco sulla Statale, questa luce mi accompagna, sempre più inclinata, radente, ma ancora più d’oro. Lunghe e deformi sull’asfalto le ombre dei pedoni, come inseguiti da alter ego bizzarri che stanno, di ciascuno, alle calcagna. Ville nobiliari, ogni tanto, isolate, e con gli scuri chiusi sul bel parco curato; e il sole ora purpureo, che bussa alle finestre, visitatore ignorato. Palme, e accanto cipressi, con quella loro sagoma austera; e siepi di lauro, regolate tanto diritte da inquietarti: come farà la gente di qui ad avere, mentre taglia, così ferma la mano, e il polso?

Distributori di benzina, fabbriche, magazzini, e poi improvvisi ampi slarghi di campagna, intonsa, campagna uguale a com’era. Campanili aguzzi di piccole pievi. Cascine, ogni tanto, abbandonate, neri i vani delle finestre, vuoti i fienili sull’aia desolata. Chissà, pensi correndo via, quanti eravate voi, che correvate in quell’aia, bambini. E l’imbrunire sembra l’ora del convenire di anime lontane nei cortili deserti; me le immagino come stormi di rondoni, come questo, verso ovest, che si alza e si dispone in perfetto geometrico assetto di volo, e fluttua a destra e in alto nel cielo rosa e poi ricade – teutonico nella disciplina, ma incerto: partire, sì, ma per dove?

I tir corrono verso Bassano e rimbombano cupamente le ruote sulle buche dell’asfalto; all’orizzonte, da nord, due nuvole tondeggianti si affacciano, come vedette, immobili. Questo sole d’oro e di sangue dovrà pure arrendersi, pensi, ma ancora il riverbero ti acceca. È così grande e puro stasera il cielo del Veneto, così dolce: se fosse cibo, sarebbe miele denso, di castagno. E così enigmatico il languire delle ultime rose, nei giardini segreti.

Poi d’improvviso ti accorgi che davanti ti è comparsa una barriera azzurrina di montagne, a nord, verso Trento. È scura la barriera di rocce nell’imbrunire, e sembra un estremo confine. Rallenti: sottilmente ti intimorisce quella lontana frontiera, che ora ti pare un’onda immobile, uno tsunami pietrificato. E allora ti ricordi certi racconti di Buzzati, che era di Belluno, che da qui non è tanto lontana. Deve essere stata anche la luce di questi tramonti d’autunno, e il cristallo del cielo, e i giardini nascosti dietro a alte mura di case con le finestre chiuse: deve essere stato anche tutto questo a travasarsi nelle pagine di Buzzati. Questo Veneto soave come miele, eppure inafferrabile; come apparenza che insinui e suggerisca altro. Come il volto appena celato e insondabile di un misterioso straniero.

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