La linea italiana sul petrolio russo è peggio che sbagliata: è ridicola

Mario Draghi e Luigi Di Maio
Il presidente del Consiglio Mario Draghi nell’Aula di Montecitorio con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio (foto Ansa)

Sulla Zuppa di Porro si scrive: «Orbán, reduce dal successo elettorale in Ungheria, incassa un nuovo successo in Europa. Ha ottenuto quello che voleva: per l’Ungheria lo stop al greggio russo non vale. L’economia ungherese e la vita degli ungheresi non subiranno danno da queste sanzioni. La fermezza ha pagato anche questa volta. E grazie alla sua posizione altri paesi come la Germania sono riusciti a portare a casa un buon risultato, vale a dire una deroga. Di fatto un fallimento per il Consiglio europeo che ne esce spaccato. Ad uscirne con le ossa rotte però siamo noi, che potevamo chiedere almeno una deroga come ha fatto la Germania, ma Draghi ha preferito non farlo, mettendo a forte rischio la nostra economia nell’immediato futuro. Una cosa è certa: non ha fatto gli interessi del popolo italiano».

La politica dell’Italia è peggio che sbagliata. È ridicola: abbiamo un ministro degli Esteri che dà lezioni di atlantismo ed è esponente di un movimento il cui fondatore e “padrone”, Beppe Grillo, sul suo blog fa propaganda filocinese e filorussa.

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Su Formiche Emanuele Rossi e Gabriele Carrer scrivono: «I ricavi delle esportazioni energetiche dell’Iran sono aumentati del 60 per cento nei primi due mesi dell’anno iraniano (dal 21 marzo al 21 maggio) rispetto allo stesso periodo del 2021. Il dato è ufficiale, in quanto diffuso domenica 29 maggio da un funzionario del ministero del Petrolio iraniano all’agenzia di stampa Shana. Ma non è chiaro quanto reale».

Ecco un esempio di disordine globale frutto del sostituire il realismo e l’equilibrio tra le grandi potenze con l’ideologia e il sostanziale unilateralismo della leadership americana.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Ruben Razzante scrive: «Ma al di là della congiuntura internazionale, quali sono le criticità secondo gli industriali? “Gli interessi di breve termine”, lamenta il presidente Assolombarda, “hanno prevalso sullo sguardo di lungo periodo; la politica si è ridotta a puro consenso ed è caduta ostaggio dei comitati del ‘no’, lasciando campo libero a una burocrazia che sembra costruita con il solo scopo di frenare ogni spinta. Eppure, è dimostrato che l’Italia riesce a concludere le opere necessarie quando la politica vuole raggiungere il risultato: penso al gasdotto Tap, per esempio. È dunque ora che essa torni a compiere quelle scelte strategiche che le competono e ad assumersi pienamente le responsabilità. Ascoltando tutti, certamente, ma senza paralizzarsi di fronte ai vari ‘no nucleare’, ‘no rigassificatori’, ‘no termovalorizzatori’. Così non si va da nessuna parte. Tengo a sottolineare che il problema dell’energia tocca, in modo particolare, la Lombardia. Consumiamo oltre il 25 per cento dell’energia elettrica nazionale e circa il 20 per cento del gas naturale. Qui, del resto, c’è il cuore dell’industria italiana e ci sono, inevitabilmente, i maggiori consumi di energia. La nostra regione, in virtù di questo profilo economico, ha esigenze specifiche. Eppure, oggi, il prezzo unico è quasi 5 volte quello di inizio 2022”».

Finalmente emerge qualche dubbio tra gli imprenditori sull’idea che commissariare la politica sia la via giusta per aiutare l’economia nazionale.

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Su Open Giovanni Ruggiero scrive: «Si stringe il rapporto tra Russia e Serbia, con Belgrado che appare ancora una volta più lontana dalla linea dell’Unione Europea nei confronti di Mosca dopo l’invasione in Ucraina. In una telefonata avvenuta oggi 29 maggio tra il presidente serbo Aleksandr Vucic e quello russo Vladimir Putin sarebbero state concordate “ulteriori forniture ininterrotte di gas naturale russo alla Serbia”, come riporta l’agenzia russa Tass. Nel colloquio telefonico con Putin, Vucic avrebbe discusso anche di “espandere la cooperazione commerciale ed economica reciprocamente vantaggiosa”, sperando di ottenere da Mosca “un prezzo equo” sui volumi di gas richiesti. Per Belgrado sarebbero tre i fattori fondamentali nel rapporto commerciale con Mosca, ha spiegato Vucic citato da Tass: “Il volume delle forniture di gas, il prezzo e l’affidabilità della fornitura”».

Il giornalista collettivo che cerca di impedirci di ragionare sui fatti, non si accorge che la mancanza di una realistica diplomazia politica da parte degli americani sta riproducendo schieramenti antichi nella storia europea (il complesso baltico-scandinavo, quello atlantista britannico-olandese-danese, quello mitteleuropeo ungherese-serbo-austriaco, quello “polacco”). Agire alla cieca sugli scenari internazionali non fa procedere la storia, la fa tornare indietro.

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