La leggenda del gallo molesto

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Fine di giugno. Un borgo della Val di Non, in Trentino, un grappolo di case sotto le pendici del Brenta, tra le colline coperte di meli. L’altra notte ho dormito nell’unico albergo del paese, più locanda che albergo in verità, in una camera affacciata sul silenzio della campagna. Ma al mattino, prima che suonasse la sveglia, forse verso le sei, qualcosa mi ha quasi, ma non del tutto, tratto dal sonno. Un rumore inconsueto, qualcosa che a Milano non sento mai; ma, ancora intontita, gli occhi chiusi, non ho capito che rumore esattamente fosse. E subito mi sono riaddormentata. Non senza, però, che qualcosa come un sorriso mi passasse vagamente nei pensieri; come se quel suono inusuale alludesse a un che di conosciuto e simpatico, e mi rallegrasse.

Poi la sveglia ha suonato e allora finalmente ho afferrato cos’era quel rumore: un gallo, un gallo che da un cortile vicino di nuovo si sgolava a salutare, rauco, il nuovo giorno. Bevendo il caffè però mi domandavo pigramente come mai un gallo mi aveva fatto, nel dormiveglia, sorridere; giacché non ho mai avuto dimestichezza coi galli, né mai ne ho avuto uno nel vicinato. E forse, irrimediabilmente milanese come sono, se ne vedessi uno dovrei perfino riflettere un attimo, prima di distinguerlo da una gallina.

Com’era, insomma, che quel gallo mi pareva di conoscerlo, mi andavo domandando tra un pensiero e l’altro, incuriosita, scendendo poi lungo l’autostrada del Brennero verso la pianura. Poi d’improvviso ho capito: mio padre mi aveva raccontato, quando ero bambina, del gallo del pollaio della sua casa paterna, in quella che un tempo era la periferia di Parma, e ora è città. Dunque sua madre, cioè mia nonna, aveva in cortile le galline e un gallo, cui non so perché teneva particolarmente. L’animale però aveva la incresciosa abitudine di cantare non all’alba, ma molto prima, a notte ancora fonda; svegliando irrimediabilmente mio nonno, che poi non riusciva più a riaddormentarsi. Per questo quel mio nonno, che io nemmeno ho fatto in tempo a conoscere, ogni mattina scendendo in cortile se la prendeva con il gallo, lo minacciava («c’at vègna un càncher») e ne annunciava la imminente brutta fine; poi però non lo toccava – perché in casa, come spesso accadeva nelle famiglie contadine, in verità comandava la moglie.

E quindi da bambina avevo sentito raccontare la leggenda del gallo molesto, ma da almeno quarant’anni l’avevo dimenticata. Che strano, l’altra mattina, essermene ricordata al confine del sonno, e averne sorriso. Certe volte mi pare quasi che le persone che ci sono care e sono morte siano appena dietro alla realtà, divise solo da un sottile ma impenetrabile diaframma; e – come si fa da bambini a scuola, quando si cerca di suggerire a bassa voce a un compagno interrogato e somaro – si sforzino di farsi sentire da noi, perché li sentiamo ancora vicini. Forse quei suggerimenti li avvertiamo meglio quando siamo meno razionalmente difesi, sul confine del sonno? Mi sono portata via dalla Val di Non quel canto rauco all’alba, e, sulla mia faccia, un accenno, appena, di sorriso.

Foto gallo da Shutterstock


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