La gioiosa occupazione militare del video. Che cosa non si fa per Tempi

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Pubblichiamo la rubrica delle “lettere al direttore” contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti). Per scrivere ad Alessandro Giuli: direttore.giuli@tempi.it.

Ho acceso la televisione stamattina e ho trovato Giuli, la riaccendo a pranzo e ritrovo Giuli. Mangio e vedo Giuli, domani apparecchio anche per lui. #WTempi. 
Gianluca Salmaso via internet

Non si esaurisce mica con colazione e pranzo, gentile signor Salmaso, la nostra occupazione militare del video. C’è pure la comparsata all’ora della merenda, poi segue la partecipazione all’ora dell’aperitivo e, più spesso ancora, l’apparizione in prima e seconda serata (cena, caffè e ammazzacaffè). Fino a mezzanotte, o addirittura fino all’una del giorno dopo (in zona tisana). Che cosa non si fa per Tempi?

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Prendo spunto dall’importante articolo di Cesana sul tema del suicidio assistito per una osservazione circa lo stato in cui si trova il mondo cattolico. Cesana, tra le altre cose, scrive che non bisogna giudicare nel senso di condannare, ma che sui fatti un giudizio occorre pur darlo. Ecco, mi sembra che i cattolici si stiano impelagando e paralizzando proprio su questo aspetto: Gesù raccomandava di non giudicare, ma nel senso di non condannare, mentre Lui ha portato un giudizio e un pensiero nuovo nel mondo. I cattolici sembrano non fare più questa distinzione e pertanto si stanno isolando dal mondo, non dando più alcun giudizio su nulla. Non comprendendo il senso vero del “non giudicate”, stanno piombando in un silenzio che rischia di farli scomparire. Come ricordava san Giovanni XXIII, occorre perdonare il peccatore, ma condannare il peccato, come ha fatto Gesù con l’adultera. 
Giuseppe Zola Milano

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Enrico Mattei aveva capito meglio di tutti le premesse socialiste poste a fondamento dell’Italia repubblicana, e accettandole ha potuto operare da statista, in un senso che oggi definiremmo sovranista. Egli bypassò il cartello delle compagnie petrolifere occidentali, in modo da poter trattare direttamente con i governi stranieri, ai quali offrì condizioni economiche eque per lo sfruttamento dei loro giacimenti da parte dell’Eni. Il vero interesse di Mattei, ovviamente, era quello di fornire al consumatore italiano il miglior prezzo possibile. Erano altri tempi. Se dal petrolio passassimo ai popoli (mediorientali, africani, asiatici) che stanno emigrando in massa nel nostro continente, di quali politiche estere atte a prevenire questo fenomeno epocale potremmo vantarci? Non credo che il problema si esaurisca nella contrapposizione tra il disco rotto dei tecnocrati europei (“le nostre economie hanno bisogno di immigrati”) e la propaganda sovranista a favore dei respingimenti e in difesa dello status quo delle classi medie. Come ha osservato Oliviero Diliberto, che si occupa di supervisionare la creazione del codice civile cinese, non si può pretendere che i popoli non occidentali in pochi anni compiano lo stesso percorso culturale per il quale noi abbiamo impiegato millenni (descrivendone la traiettoria storica, ovviamente Diliberto si è dimenticato del cristianesimo). Il socialismo europeo, prima della fase democratica che conosciamo, si è evoluto violentemente. Questa, ancor prima della questione islamica, è la realtà delle banlieue francesi, dei nuovi ghetti, delle nostre periferie esposte al fenomeno migratorio: il socialismo come pretesa da parte dei nuovi “ospiti della storia”. Ora, l’epoca di Mattei è ben remota. La globalizzazione e il crollo demografico occidentale sono dati acquisiti, credo irreversibili. Mi chiedo: non sarebbe bene che una destra seria smascherasse, almeno culturalmente, quelle che sono diventate le pretese socialiste di tutti (non solo degli immigrati)? 
Daniele Ensini via internet

Destra o no, con serietà ma sempre ludica, noi siamo qui anche per questo.

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Il suo editoriale “Le ultime del diavolo” centra bene il nocciolo della questione concernente tutto il mondo virtuale. Sono ormai evidenti, ed è anche banale scriverlo, i rischi a cui andiamo incontro di questo passo nell’uso di queste tecnologie. È proprio così come lei scrive: «Ho visto traslocare nello scintillante non-luogo intere comunità altrimenti radicate nella vita vera per non sospettare del palinsesto zuckerberghiano come d’un sommario di zuccherosa decomposizione umana». Se è vero che a internet è molto difficile rinunciare, non è impossibile rendersi “meno schiavi” riguardo ad altri strumenti, basta volerlo. Personalmente, anche potendo peccare di presunzione, non mi “consegno” a Facebook se non occasionalmente con qualche commento sulla cronaca. Recuperare un po’ di dimensione umana e di rapporti più autentici senza uno schermo davanti si può, dipende da noi.
Pasquale Ciaccio via internet

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