La finestra nell’angolo in quella stanza d’ospedale

Milano, ottobre. Quando passo dall’incrocio fra Porta Nuova e via Fatebenesorelle non posso non alzare gli occhi a una finestra d’angolo, al secondo piano dell’ospedale. Non so che reparto ospiti adesso, quell’ala. Vent’anni fa in quella stanza fu ricoverato mio figlio, di neanche due mesi; ero caduta per strada con lui tra le braccia, e aveva battuto la testa sull’asfalto. Un incubo la corsa in ambulanza, con la sirena accesa. Poi la sala d’attesa davanti alla Tac – le mura grigie che, mentre con mio marito aspettavamo l’esito, mi era sembrata una cella di prigione. Pietro aveva un ematoma: benché ottimisti i medici lo ricoverarono in osservazione. Gli steccarono un braccino perché fosse pronto per introdurre una flebo, nel caso occorresse operare d’urgenza. Sembrava un passero con un’ala rotta.

Che interminabile notte. Gli stavo accanto, nella penombra, con gli occhi spalancati. Dentro di me preghiere e promesse si affastellavano, disordinate. Ogni ora passava una infermiera: puntava una torcia sulle pupille del bambino, cercando i segni di una emorragia cerebrale. Finalmente – era novembre – un chiarore annunciò un’alba incerta. Pietro dormiva. Ma mentre quella luce grigiastra rischiarava la stanza, mi folgorò un ricordo: lì, proprio in quella stessa stanza, io c’ero già stata. La riconoscevo dalla posizione angolare e dalle due finestre, una su Porta Nuova, l’altra sulla via laterale.

Molti, molti anni prima. Proprio lì – allora era un altro reparto – era stata ricoverata mia sorella quattordicenne, dimagrita, malata di qualcosa che i medici non trovavano. Io avevo otto anni, uscivo da scuola e raggiungevo mia sorella e mia madre in ospedale. Mia madre era più pallida ancora di mia sorella – come se già avesse capito. E dopo un mese anche i medici capirono. In quella stanza a mia madre e mio padre fu comunicata la diagnosi.

E poi, dopo, mia madre mai più tornata come prima. Assente, lontana, talvolta anche crudele. Come perduta. Da adolescente, che angoscia il suo bel viso trasfigurato da un dolore che si era fatto malattia. E che rancore, verso una madre che credevo mi avesse abbandonato. Ma io non avevo capito davvero. Non avevo provato. Quell’alba nella stanza d’angolo del Fatebenefratelli di colpo mi rivelò che cosa aveva passato, mia madre, accanto a una figlia bambina che si andava spegnendo. Ora che mio figlio dormiva vicino a me, sospeso al filo di una diagnosi, soltanto ora capivo. Avrei voluto abbracciare mia madre, ora, dirle: scusami, io non sapevo. E senza che nemmeno lo volessi ho visto l’allargarsi, dentro di me, dopo tanto rancore, di un incondizionato perdono.

Mio figlio lo riportai a casa, sanissimo. Quella finestra la guardo sempre, quando passo di lì. (Strano caso davvero, mi dico, a distanza di vent’anni, ritrovarsi proprio nella stessa stanza d’ospedale). La mia finestra è anonima, uguale a tante altre allineate nel grigiore di Milano. Le grazie operano e poi si nascondono, dietro le apparenze delle cose banali. Chi non stia attento direbbe che non è successo niente.

43/2012

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