La clausura di Benedetto XVI. Oltre il muro apparente

Milano, 4 marzo – Confesso che quando le pale dell’elicottero hanno cominciato a girare, prima lente e poi sempre più veloci, e le ruote dolcemente si sono staccate dal suolo, ho avvertito una ferita aprirsi – come quando si prende cognizione di un dolore.

E quando poi l’elicottero si è alzato, pesante eppure agile, nel cielo di Roma, e ha compiuto un giro su san Pietro, mi è sembrato che non potesse esser vero, e di stare guardando uno di quei kolossal americani che raccontano un improbabile apocalittico futuro. E alle otto della sera a Castelgandolfo il lento inesorabile richiudersi del grande portone, e il suo serrarsi, in uno sferragliare di chiavistelli, pure mi ha turbato: quell’andarsene di Benedetto XVI in una clausura e il mondo, cioè noi, restare fuori. E quest’ombra l’ho ancora addosso – come un senso di abbandono. Razionalmente penso che dovrei scrollarmela via, ma non riesco. Non è poi umano subire un lutto, per un padre che se ne va? Vedo che tutti plaudono al coraggio della scelta ardita. Ed è vero, e però io continuo a sentire un dolore.

Forse si sente così chi vede una figlia entrare, monaca, in clausura? E per quanta fede abbia avverte in sé, immagino, il tonfo di quel portone che si chiude, come un muro che d’ora in poi fisicamente per sempre divide.

È che, mi dico, bisognerebbe aver fede, molta di più della mia. Solo così si potrebbe con nettezza vedere come quel muro è in verità una apparenza. E come una realtà molto più grande tracima dai muri di ogni monastero, in una comunione fra cielo e terra, fra peccatori e santi, che permea il mondo, e intercede per i nostri destini. È come se Benedetto XVI con questo sottrarsi al “nostro” mondo ci sfidasse a un gran salto (affidarsi come bambini nelle braccia di Dio, ha detto nell’ultima udienza). C’è un filo fra quel portone che serra i suoi battenti, e quel salto. Oltre il portone all’apparenza, ai nostri occhi, c’è solo silenzio, e una solitudine che spaventa, come un luogo del nulla. Benedetto si è tuffato, come a dirci: vedete? Nel salto, le braccia di Dio mi hanno accolto.

Il punto è avere fede abbastanza; aderire, o restarcene esitanti, come quando, d’estate, su uno scoglio, c’è chi osa il tuffo e chi si attarda – paventando quanto alto è il salto, e quanto freddo il mare. Oppure dirsi: certo, salterò anche io un giorno, ma non ora; adesso ho troppe cose da fare.

Una parte di me è rimasta orfana, l’altro giorno, a guardare l’elicottero allontanarsi. Quel portone serrato invece mi resta negli occhi come una radicale domanda: credi tu abbastanza da essere certa che oltre questa soglia c’è l’attesa fedele di una vita più grande, e in verità più “reale” della nostra? E io, sul mio scoglio, traccheggio. Vorrei potere restare davanti a quel portone chiuso, in una tenace domanda. Mendicante di una certezza che non posso afferrarmi da me, come le cose del “nostro” mondo. Mendicante, di ciò che si può solo domandare.

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