La casa vuota

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Una domenica pomeriggio di giugno. La casa vuota e calda, non un filo di vento dalle finestre spalancate. Che silenzio invade queste stanze, quando i ragazzi non ci sono. Dal divano contemplo le librerie, le foto di quando erano bambini, in cornice. Questo silenzio mi sta sommergendo. Vent’anni fa, quando con i figli piccoli stavamo per venire ad abitare in questa casa, c’è stato un giorno, prima del trasloco, in cui sono venuta a vedere se la ristrutturazione era ultimata, se tutto era a posto. La nuova casa, molto grande, esposta su un cortile, ombrosa, odorava di vernice e di calce. Candide le pareti, lucidi come specchi i pavimenti. Ma mentre soddisfatta e felice e impaziente passavo in rivista le stanze, un pensiero mi traversò improvviso: verrà un giorno in cui qui vi ritroverete soli, i figli grandi e andati, e troppo ampi questi locali per voi due, quasi vecchi ormai. Quel pensiero mi tagliò come un coltello affilato. Da dove mi veniva, alla vigilia di un festoso trasloco con seggioloni, tricicli e peluche pronti a invadere, come una valanga, la nuova casa?

Ora che sono passati quasi vent’anni, i figli grandi e quasi pronti ad andare, ritorna la visione di quel giorno: la dimora inanimata, i muri un po’ ingrigiti, silenzioso il lungo corridoio dove si inseguivano chiassosi i bambini. Io questo spazio vuoto non lo saprò affrontare, mi dico, e sento colarmi addosso una sottile paura. Cosa farò della mia vita, quando non servirò più come madre? Il lavoro, certo, è sempre stato un fatto necessario, a volte appassionante – ma comunque un contorno, rispetto ai figli, che stavano al centro del cuore. Cosa faremo noi due, cosa farò in queste stanze mute? Già i miei passi risuonano troppo nell’aria densa e ferma di questa domenica di giugno. So però fermamente che cosa non farò: non mi trasferirò in Riviera, non mi darò al giardinaggio o alla cucina, non mi troverò un hobby. Più grande, ci vuole qualcosa di estremamente più grande di piccole cose per colmare il vuoto che avverto spalancarsi in questa casa e dentro di me, oggi.

In camera mia un vecchio crocefisso di legno appeso al muro sembra vegliare sulla casa dormiente. L’ho comprato da un rigattiere a Colonia, che svendeva gli arredi di antiche dimore sgomberate. Chissà, questo crocefisso, quanta vita ha visto passare sotto di sé, e quanta ne ha vista finire. La sua presenza massiccia mi conforta: lui resterà, mi dico, e anzi soltanto lui può veramente restare. Soltanto Lui, chiamato, domandato, potrà colmare il vuoto che mi sento dentro, sanare il taglio vivo che avverto. Giacché, sempre, Lui viene attraverso le nostre ferite.

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