L’unzione di un caro amico morente e la censura della parola “morte”

morte-estrema-unzioneStanotte è morto un mio caro amico. Mi conforta averlo visto ricevere l’unzione degli infermi e la Comunione. Sto verificando un’altra volta quale carico di saggezza porta la morte. La morte: un vocabolo quasi aborrito dalla cultura dominante, come se si trattasse di una tragedia improvvisa, sgradevole e ingiusta. Quasi sempre si usa un sinonimo o un giro di parole quando è indispensabile parlarne.

Eppure toccherà ad ognuno farne esperienza e meno male che nell’Ave Maria chiediamo aiuto alla Madonna ora «e nell’ora della nostra morte». Fa piacere ricordare come Gesù dica ai suoi che va a «preparargli un posto» (Gv 14,2). Questa è la morte: andare a occupare un posto accanto a Gesù.
San Paolo precisa che ha udito e visto cose inenarrabili quando è stato rapito in Paradiso. Sembra una delusione quest’affermazione per noi che ne vorremmo sapere di più, ma ci dice che la gioia d’amore che ci aspetta supera ogni immaginazione.

Mi commuove pensare come sant’Agostino reagì alla morte della sua mamma Monica. La fede, che aveva abbracciato con tanto impegno, gli diceva che la mamma stava in Dio e che non c’era motivo di pianto. Ma dopo un certo tempo non ce la fece più e scoppiò in un pianto dirotto. Siamo uomini e le perdite delle persone care ci affliggono.
Perfino Gesù pianse per Lazzaro. Fede e lacrime: non mi devo vergognare se le due cose vanno insieme. Una cosa è certa: la morte m’insegna a voler bene e a non dar peso ai torti subiti. Alla sera della vita sarò giudicato sull’amore.

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