Io non sono Charlie Hebdo

Charlie Hebdo

Sono un vignettista e ho letto l’articolo di Mauro Zanon su Tempi dell’8 gennaio “Charlie Hebdo continua a fare infuriare i regimi islamici”.

Ho seguito la questione della rivista Charlie Hebdo che, come da voi ripreso, ha indetto un concorso tra vignettisti per colpire i recenti abusi del governo iraniano e l’operato dell’Ayatollah Khamenei. Questa iniziativa sembrava del tutto lecita: aggiungere alle forme di protesta anche la voce affilata della satira può avere un effetto molto incisivo e raggiungere grazie alla sua immediata comunicatività, se ben fatta, un pubblico largo in modo rapido e coinvolgente. Purtroppo, come già accaduto, Charlie Hebdo si è rilevata una rivista che non conosce il vero significato della satira e della sua storia millenaria e, al contrario, sta distruggendo questa antica arte.

Una delle vignette premiate, peraltro di una collega italiana, rappresenta una donna che urina in testa all’Ayatollah Khamenei, personaggio condannabile, ma comunque massimo esponente religioso sciita di una comunità vastissima di persone. Ecco: questa non è satira. Assomiglia molto di più ad un insulto da stadio. Chiamatela offesa, volgarità, oltraggio, vilipendio, ma non satira e men che meno arte.

La satira è per definizione ficcante, incisiva, in gran parte irriverente, ma – come tutte le discipline – non può superare alcuni limiti che, se sconfinati, la trasformano in becero atto aggressivo, che (in forme diverse) ha la stessa matrice violenta dei soggetti che vorrebbe colpire. Questi limiti non sono mai stati compresi da Charlie Hebdo che nel passato non ha esitato a offendere e mettere alla berlina la religione cattolica, la religione islamica, Gesù Cristo, Maria, Maometto e, come ricordiamo bene in Italia, ha calpestato perfino i morti del crollo del ponte Morandi e della tragedia di Rigopiano.

In nessun modo ovviamente voglio giustificare le reazioni dei terroristi islamici che nel 2015, come rappresaglia per le vignette contro il profeta Maometto, uccisero 12 tra artisti e lavoratori della rivista; voglio sottolineare che gli autori delle vignette sopra citate hanno oltrepassato il limite che separa la satira dall’atto violento contro chi ha usanze o opinioni diverse, fossero anche sbagliatissime. Non hanno usato fucili, ma proiettili che feriscono e rendono Charlie Hebdo stesso uno strumento di terrorismo che niente ha a che fare con l’arte. Qui non è in ballo la libertà di parola o di espressione: queste libertà, come tutte le libertà -sappiamo bene- non significano che si può dire e disegnare tutto: libertà non è anarchia.

Mi sono spesso chiesto dove sono questi limiti che separano la satira dall’insulto e non è facile individuare una linea netta, dal momento che ogni bersaglio della satira può avere sensibilità diverse e quello che per una persona può essere offensivo, per altre non può esserlo. Mi sono pertanto dato una sorta di regola, che vedo condivisa da colleghi ben più noti di me. Si può attaccare quello che uno fa, in certi casi bonariamente anche “come” uno è (non credo che Spadolini o Berlusconi si offendessero di fronte alle rappresentazioni obese o rimpicciolite da parte del maestro Forattini); ma mai, mai si può colpire quello che una persona “è”. Non si può violentare ciò che costituisce l’io e che comunemente viene chiamato il cuore dell’uomo. Esso è sacro e non deve in nessun caso essere oggetto di insulto. E in quello che costituisce il mio io includo la Fede, cristiana o islamica che sia, quindi anche chi della Fede è l’origine o il portatore (Cristo per i cristiani; Maometto per i fratelli islamici). La saggezza popolare riassumeva questo limite nel famoso adagio “Scherza coi fanti, ma lascia stare i Santi”.

E alla Fede, come parte costitutiva del mio io, associo la Famiglia: offendere gratuitamente genitori, figli e congiunti non può appartenere alla satira e in nessun modo essere accettato. Papa Franceso, all’indomani della strage del 2015, in una intervista ebbe a dire col suo proverbiale piglio sudamericano “Se uno offende la madre, gli do un pugno” a indicare (senza giustificare la reazione subita) come Charlie Hebdo si sia spinto troppo oltre nella sua azione denigratoria contro il mondo islamico.

La satira, come l’arte in generale, da sempre accompagna l’uomo e le sue piccole e grandi battaglie, ma ha senso solo se guidata da un ideale, un desiderio di bene ed elevazione per l’uomo stesso. Una vignetta che è solo volgarità e distruzione dell’io altrui non satira e non è arte. Per questo motivo, parafrasando lo slogan del 2015, “Io non sono Charlie Hebdo”.

Federico Cesari

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