Io inviterei eccome Luxuria in tv. Ma per ridere insieme del suo nome

«La bufera infernal, che mai non resta,/ mena li spirti con la sua rapina;/ voltando e percotendo li molesta». (Inferno, canto V)

Il vero nome di Dante era Durante; l’abbreviò, perché nomina sunt consequentia rerum. Il nostro nome parla di noi. E preferì che il suo nome parlasse del dare e offrire, anziché del durare. Infatti, ci ha dato la Divina Commedia. A quel simpaticone di Chesterton sarebbe piaciuto che ogni persona fosse il suo nome: i signori Rossi che escono solo vestiti di rosso, i signori Fabbri indaffarati coi loro ferri del mestiere, e così via. Lo scrittore stesso ammise che qualcuno si sarebbe lamentato, ad esempio i signori Bruttini o Galeotti. Qualcuno dirà che è una cosa demenziale; quel qualcuno ignora che saper ridere di sé è un gran bel esercizio.

Se avessi velleità televisive, tradurrei l’idea di Chesterton in uno show, magari intitolandolo “Un nome che è tutto un programma”: sarebbe, appunto, un programma tipo giochi senza frontiere, ma sul proprio nome. Ecco: catapulterei Marco Travaglio dal serioso Servizio pubblico al reality 24 ore in sala parto; porterei Carlo Conti da San Remo allo studio di un commercialista di Genova; sprecherei effetti speciali con draghi e circensi accogliendo Pietrangelo Buttafuoco; e la prima ospite musicale sarebbe Nada che, per adempiere fedelmente al suo ruolo, rifiuterebbe l’invito.

Di recente un altro invito è stato revocato, quello di Vladimir Luxuria a Tv2000 dove avrebbe dovuto commentare le notizie dei telegiornali. Molti cattolici hanno protestato e l’invito è poi saltato anche per la concomitanza con l’Assemblea generale della Cei. Penso che un organo televisivo cristiano abbia ancora più titolo di Barbara D’Urso di ospitare tutti, perché la Chiesa non è nata come una discoteca con selezione all’ingresso; e non solo si rallegra di chiunque entri, bensì i suoi buttadentro si adoperano ad accogliere quel «tutti» che ad altri sfugge o evitano. Appunto.

C’è chi è talmente noto da avere una poltrona che l’attende in ogni salotto televisivo; poi c’è Adele Caramico, nota suo malgrado per essere stata ingiustamente accusata di omofobia. I giornali l’hanno additata e giudicata, magari una volta anche lei può commentare i telegiornali.

Ma io mi occupo solo del mio immaginario show sui nomi, in cui figuriamoci se la Caramico non è benvenuta! A Vladimir Luxuria chiederei di farmi compagnia per la puntata finale. Sì, perché il suo nome racconta tanto… da Vladimiro Guadagno a Vladimir Luxuria. E dice qualcosa di me. Nessuno desidera uscire dalla vita coi conti in pareggio, sentiamo il bisogno di «un di più», di un guadagno appunto. Che sia di bene, di bello, di amicizia, noi ci aspettiamo un utile, un sovrappiù rispetto al grado zero. Spesso io faccio a modo mio, cercando questo profitto nella moltiplicazione di ciò che mi piace, sfruttandolo e prosciugandolo. Perché la lussuria non ha solo a che fare col sesso; è una bufera dice Dante, è un uso smodato di cose e persone, un’egocentrica rapina in cui io cado tuttora; è una lussureggiante frenesia che sa imbellettarsi da dedizione. Ringrazio perciò di aver trovato un giorno una porta aperta, da cui ho udito quest’invito: «Mia cara, hai tratto un buon guadagno dalla tua lussuria? Se mi permetti, io ti offro il centuplo. Quaggiù».

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