Intervista – Nawras Shalhoub ci parla delle sue opere fatte di proiettili e cera d’api

La (galleria +) oltredimore di Bologna ha appena aperto la mostra dell’artista palestinese Nawras Shalhoub, dal titolo A piece of wall for you non amor.  L’artista, nato nel 1974 in un campo profughi palestinese in Siria, si è concentrato nell’esplorare il punto in cui la sofferenza e l’amore collidono, e ce lo racconta rispondendo alle nostre domande.

unnamedProiettili, cera d’api, filo spinato. Diversi materiali si uniscono nelle tue opere. Alcuni di essi ci ricordano la guerra, il conflitto, l’odio. Come mai hai scelto di utilizzarli? E’ forse un modo per mostrarci come dal negativo è possibile trarre il positivo?

L’unione tra materiali così diversi, duri e fragili, mi interessa da sempre. La fragilità del vetro, la dolcezza del miele, la voluttà della cera, incontrano il peso del cemento e la freddezza del proiettile: sono unioni possibili e spesso sono i materiali più fragili che portano quelli più duri senza romperli, un gioco di forze in equilibrio che spesso danno vita ad una nuova energia. Quando parlo della guerra parlo anche dell’amore; due cose differenti ma molto vicine come i materiali che utilizzo. Utilizzo la fragilità per non rimanere bloccato, ricevo la spinta per andare avanti .

Hai vissuto in Siria, poi nella Striscia di Gaza. Sono luoghi bollenti. Quanto hanno influito e come sulla tua produzione artistica?

Tutte i miei ricordi d’infanzia non esistono più, esistono solo nella mia memoria o nei racconti dei miei amici del passato. Tutto il mio lavoro parla del dolore delle tracce che sono sedimentate nella mia mente. Questa pena che viene trasformata in energia è alla base della mia poetica, è la spinta che mette in moto la mia fantasia .

Come è nata l’idea del muro che per certuni può sembrare un elemento che protegge, ma che invece separa?

Il muro non protegge, qualsiasi muro, anche quello di casa, non protegge se sei in guerra. Arriviamo ad attraversare qualsiasi muro/limite con le idee, ed accettare il muro/limite significherebbe vivere nella fragilità. Per questo immagino un “dopo il muro”, sognando liberazione e paesaggi aperti.

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