Intervista – Il cibo banalizzato e volgarizzato riacquista dignità con le opere di Luisa Menazzi Moretti

Il nuovo progetto fotografico di Luisa Menazzi Moretti, Ingredients for a Thought, sarà presentato in anteprima a MIA Fair Milano da domani al 13 aprile dalla Galleria STILL e successivamente, dal 14 aprile al 2 maggio, nello spazio milanese della Galleria in via Balilla 36. Le 8 fotografie in mostra sono il frutto di una riflessione sul cibo, simbolo e linguaggio assoluto delle società contemporanee. Il tema viene declinato seguendo diverse problematiche: la fame nel mondo, il cibo trash, la possibile scomparsa di cibo nelle monocolture, la scelta, l’orrore per la sofferenza degli animali, la globalizzazione. Abbiamo fatto qualche domanda alla fotografa, che ci racconta il suo percorso e il suo punto di vista in materia.

Ingredients for a Thought #3, Still Hungry, 2015, @ Luisa Menazzi MorettiOggi siamo letteralmente bombardati dal cibo. Dai programmi di cucina che propongo a volte sfide impossibili, dalle immagini pubblicitarie, si parla anche di food porn, dalle infinite pubblicazioni. Quale è stata la spinta decisiva a farle intraprendere una riflessione, che coinvolge una serie di opere, dunque così profonda sull’argomento?

E’ vero, anche il cibo è stato banalizzato da una cultura che trasfigura il senso profondo delle cose e lo piega alla società dello spettacolo e alla sua volgarizzazione. Quello che più colpisce, quando si studia il tema dell’alimentazione, sono gli effetti che l’alimentazione ha sull’infanzia e sui più piccoli. Siamo portati a pensare che la mancanza di cibo sia soprattutto una assenza di nutrizione per le popolazioni più deboli. Per i bambini, invece, determina anche delle conseguenze sullo sviluppo di malattie e patologie anche gravissime. Non ho una posizione precisa rispetto agli ogm, che per molti aspetti mi inquietano, ma ad esempio basterebbe poco riso transgenico arricchito di vitamina A ogni giorno, per combattere la piaga della cecità infantile in Africa, India, Indocina… Sono partita da questa prospettiva: l’alimentazione e i bambini, l’anello più fragile ed esposto alle scelte degli adulti, condizionate da superficialità e pubblicità. Ho posto inizialmente il mio obiettivo all’altezza del loro sguardo e delle parole con cui i bambini comunicano, poi il discorso è proseguito oltre, verso la cattiva alimentazione, l’eccesso di scelta alimentare,  la globalizzazione, il rischio delle monocolture e la necessità della diversificazione, il cibo visto come farmaco naturale quando ben scelto, la necessità di rinnovarsi continuamente per affrontare le problematiche emergenti, lo sfruttamento della manodopera…

Il cibo è benessere e sopravvivenza, anche se spesso lo sottovalutiamo. Quali sono le sue opere che denunciano l’impossibilità dell’intera popolazione mondiale ad accedere a questo bisogno primario e indispensabile?

Still Hungry, ma anche Drop,  e Golden Rice

Credo che il cibo sia anche dignità. Dignità di esistere e vivere in condizioni accettabili, che permettano a tutti di avere le stesse iniziali opportunità esistenziali, ovunque e a ogni latitudine. Dovrebbe essere il primo imperativo di ogni governo, di ogni politica internazionale. La mancanza di dignità non è solo nella mancanza di cibo, è anche nel suo eccesso, nell’arroganza volgare del suo spreco, nel cinismo della sua sazietà continua. Le mie opere, in questo progetto, volevo fotografassero allo stesso modo e insieme il traboccare e il non avere, il troppo e il troppo poco, l’imbarazzo del sovrabbondare e l’inquietudine dell’insufficienza. Ho voluto che le immagini fossero accompagnate e segnate da parole, come già nel mio progetto Words,– ma qui ho scelto soprattutto brani o filastrocche per lo più trovati su libri per l’infanzia apparentemente ingenue, ma per me capaci di dare più evidenza alle contraddizioni del nostro tempo.

Ingredients for a Thought #4, The Choice, 2015 @ Luisa Menazzi MorettiQuali invece quelle che denunciano il maltrattamento degli animali? Sappiamo tutti e proviamo spero tutti l’orrore dei metodi per produrre ad esempio il fois gras (per fortuna alle sue fasi finali) o la strage di pulcini che non potranno esser galline ovaiole. Quale è la sua posizione in merito? Come l’arte potrà sensibilizzare il cittadino?

I’m blue e J.S. Fower “Eating Animals”.

Sono rimasta scioccata dalle immagini che ho potuto vedere sulla produzione industriale di alimenti con carne animale. Non si riesce a immaginare una simile crudeltà seriale e meccanica, se non la si è vista. Certi eleganti confezioni, o raffinati prodotti sono anche risultato di un sadico sfruttamento animale, non la sola morte dell’animale, ma l’inutile sofferenza inflitta, la mattanza crudele per le nostre tavole. Mi chiedo se davvero è sempre necessario, per ottenere certa produzione, trattare in questo modo gli animali. Ma se anche lo fosse, non lo accetterei. Non lo accetto. E’ una latitanza del rispetto, della consapevolezza di essere uomini, prima che implacabili produttori di cibi presentati come sofisticatezze. Non mangio i prodotti che ho compreso essere risultato di maltrattamenti o sevizie imposti agli animali. Boicotto individualmente questa industria alimentare. L’arte e l’informazione possono moltissimo: oggi, anche su questi temi, ci poniamo dubbi etici che anni fa non avremmo mai immaginato se l’arte o l’informazione indipendente non li avessero portati nel discorso pubblico. Non è mai abbastanza, ma il pubblico è profondamente cambiato: chiediamo di sapere, cerchiamo di sapere, sappiamo poi come comportarci per cambiare.

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