Intervista – Glenda Cinquegrana ci racconta di impossibili paesaggi fotografici

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Francesco Cianciotta (2015), Bahrein, dalla serie A Journey Apart, Stampa digitale su carta Canson Arches Velin Museum Rag, Cm 30 x 30, Es. 1/5, Courtesy l’artista e Glenda Cinquegrana Art Consulting

La mostra collettiva Impossible Landscapes con Francesco Cianciotta, Giovanni Guadagnoli, Cosmo Laera, Francesco Nencini e Luca Scarpa inaugura il nuovo spazio di lavoro di Glenda Cinquegrana Art Consulting presso lo Studio Zaccaria 4, in via Sant’Antonio Maria Zaccaria di Milano. La retrospettiva aprirà dal prossimo 12 novembre al 15 gennaio 2016 e affronterà il tema della fotografia di paesaggio mettendo insieme le opere di cinque fotografi italiani che hanno reinterpretato quel genere classico grazie ad un uso mirato del medium fotografico che valorizzasse le sue potenzialità espressive. Abbiamo intervistato Glenda Cinquegrana, che ha curato interamente l’esposizione.

Come è nata l’idea della mostra e come sono stati selezionati gli artisti?
La mostra è nata da una riflessione che avevo personalmente fatto: il genere della fotografia di paesaggio è quello che in Italia ha una sua ampissima e autorevole tradizione, che parte da Luigi Ghirri e che passando per la generazione dei Basilico, degli Jodice e di Castella, Barbieri, arriva fino a Luca Campigotto. Questa sorta di ‘scuola’ comprende un alto numero di artisti fotografi, che sono quelli che hanno costruito una tradizione storica tutta italiana, che è molto conosciuta. Poco si conosce invece di artisti che non sono appartenuti a gruppi o correnti, e che hanno avuto una carriera più irregolare; ben poco si sa invece di artisti più giovani.

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Giovanni Guadagnoli (2013), Mimesis: declinazione #10 Stampa digitale su carta Canson Arches Velin Museum Rag Cm 110 x 150, Es. 2/5, Courtesy l’artista e Glenda Cinquegrana Art Consulting

Lo scopo della mostra è stato quello di riunire un gruppo di fotografi che trattassero questo genere in modo diverso, innovativo, al di fuori di questa importante scuola tradizionale. La scelta si è appuntata per questo su Francesco Cianciotta, che da anni lavora solo con le fotocamere del telefonino; Giovanni Guadagnoli, che costruisce dei paesaggi completamente virtuali riletti attraverso la manipolazione digitale delle immagini; Francesco Nencini, che da lungo tempo lavora sui luoghi urbani della solitudine, ovvero i non-luoghi; Cosmo Laera, che è il fotografo che più risente della tradizione storica, ma capace di rileggerla a suo modo; Luca Scarpa, infine, è il più giovane del gruppo, ma curiosamente lavora in modo molto tradizionale, attraverso il gioco delle esposizioni multiple.

Come è stata organizzata l’istallazione?
La mostra ha una concezione nuova: da diversi anni mi interessa lavorare sul portare l’arte in luoghi non strettamente deputati all’arte. Per questo la mostra è ospitata negli uffici di Zaccaria 4: si tratta di uno studio professionale, nel quale anche io ho il mio ufficio, che è abitato da diversi professionisti, che hanno dato il consenso all’apertura degli spazi riservati all’attività professionale all’arte e ad un evento che potesse renderlo parzialmente pubblico. L’edificio, che si trova nel cuore della Milano storica, è un complesso ricavato da un convento ottocentesco, diventato poi casa privata, dotato di una forte identità. Mi sono attribuita il compito di fare un allestimento ad hoc capace di valorizzare le caratteristiche dello spazio.
Luca Scarpa (2015) Metropolis urbane #3 Stampa fotografica su carta Hahnemühle photo rag B/W, Cm 40 x 60, Ed. 1/5 Courtesy l’artista e Glenda Cinquegrana Art Consulting
Luca Scarpa (2015), Metropolis urbane #3
Stampa fotografica su carta Hahnemühle photo rag B/W, Cm 40 x 60, Ed. 1/5, Courtesy l’artista e Glenda Cinquegrana Art Consulting

Il rapporto tra fotografia e paesaggio è più profondo di quel che sembra….

Beh sì: se si pensa che il primo sguardo sul mondo è legato al paesaggio, non può che essere così. Oggi la diffusione della rete e la possibilità di poter vedere il mondo attraverso le telecamere di Google ha reso nuovamente problematico il rapporto fra la fotografia e il paesaggio, mettendone in crisi la funzione di documentazione. La domanda è: a che cosa serve questo tipo di fotografia?Quale famoso quadro del passato che rappresenta un paesaggio potrebbe esser reinterpretato in modo eccellente dallo strumento fotografico? 

Recentemente sono stata ad Aix-en-Provence, dove ho rivisto con gran piacere le opere tarde dedicate a quel paesaggio del grande Cézanne. Mi piacerebbe vedere come un fotografo potrebbe riuscire ad interpretare quei luoghi che Cézanne raccontava secondo la sua visione pittura di rottura, alla luce di un nuovo sperimentalismo fotografico.
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