Perché l’integrazione degli immigrati è impossibile

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Non c’è dubbio che la visita di papa Francesco nell’isola di Lesbo in solidarietà coi richiedenti asilo che arrivano dalla Turchia e che vorrebbero essere accolti in Europa rilancerà il dibattito sull’emigrazione di massa nel nostro continente. E tornerà a frullare nelle teste e a rimbalzare da un giornale a un talk-show la parola “integrazione”. L’unica su cui si registra una certa unanimità: che si sia favorevoli o contrari all’immigrazione, che si simpatizzi per i ponti oppure per i muri, che si vogliano lasciar passare grandi masse oppure quasi nessuno, tutti in Europa mostrano di essere d’accordo sul fatto che gli immigrati in ogni caso devono integrarsi e devono essere integrati. Per alcuni l’integrazione è sinonimo di assimilazione, per altri significa conformità coi valori fondamentali affermati nelle costituzioni nazionali, lasciando un po’ di spazio alla diversità culturale. Per alcuni gli immigrati devono diventare come noi, tali e quali a noi; per altri la loro diversità è benvenuta purché sull’essenziale dei valori politici e civili che regolano attualmente la convivenza sociale nei paesi dell’Unione Europea essi si conformino. Per alcuni l’integrazione ricade principalmente sulle spalle dei migranti, che devono dimostrare la volontà di adattarsi al nostro modo di vivere, per altri ricade soprattutto sui paesi ospitanti, che devono impegnarsi a offrire scuola, formazione e lavoro ai nuovi arrivati e ai loro figli, e a vigilare sulle discriminazioni.

A criticare il mantra dell’integrazione sono pochi. Certamente un Fabrice Hadjadj, che ha scritto che gli attentatori di Charlie Hebdo erano figli di immigrati perfettamente integrati, ma «integrati al nulla» della cultura postmoderna reale che vige in Europa, centrata sul consumismo e sull’edonismo. Su Italia Oggi è apparso un paio di settimane fa un intervento contro corrente di Marco Cobianchi, che faceva notare come l’insistenza sull’integrazione non sia realistica. Ogni essere umano, spiegava, è convinto che la sua cultura sia superiore o perlomeno soggettivamente preferibile a tutte le altre. Perciò insistere sull’integrazione degli immigrati alla cultura europea può solo provocare reazioni di rigetto (che si notano soprattutto nelle seconde generazioni, aggiungo io). «Se in Occidente continuiamo a pensare che il problema sia l’integrazione», scrive Cobianchi, «anche noi facciamo i radicali e, implicitamente, sosteniamo, di fronte ad altri radicali (quelli che vogliono imporre l’islam col jihad – ndr), che la nostra cultura è migliore della loro. E ci sono milioni di motivi che possono dimostrare la superiorità della cultura occidentale rispetto a qualsiasi altra. Ma ai nostri occhi, non agli occhi delle persone che appartengono ad un’altra cultura, le quali continueranno a pensare il contrario. Di questo passo si arriva inevitabilmente a quello scontro di civiltà che proprio la retorica dell’integrazione vorrebbe evitare». La conclusione del suo ragionamento è che non si possono avere insieme immigrazione e integrazione: se si accetta – o si subisce, a seconda dei punti di vista – l’immigrazione, il multiculturalismo è inevitabile.

Sono d’accordo con la prima parte del ragionamento di Cobianchi, ma non sulla conclusione, cioè sulla prospettiva che ci siano «visioni del mondo, della storia, della vita e della morte, del destino che possono (…) convivere, ma non integrarsi». Anch’io sono convinto che l’integrazione non ci sarà. Ma sono anche convinto che non ci sarà neppure convivenza nel senso che normalmente si dà a questa parola. Ci sarà piuttosto una balcanizzazione dell’Europa, o soluzioni in stile apartheid così come i nazionalisti boeri sudafricani lo teorizzavano, cioè forme di sviluppo separato (che non può essere completamente separato, come i bianchi sudafricani scoprirono a proprie spese).

L’integrazione non avrà luogo: i milioni di stranieri che si stanno trasferendo in Europa non saranno integrati. Né nella forma dell’assimilazione, né nella forma del multiculturalismo attenuato dalla lealtà verso le costituzioni nazionali vigenti. Per molti motivi, dei quali i principali sono l’alto numero dei nuovi arrivati, lo squilibrio fra i tassi di natalità dell’Europa e quelli di Africa e Vicino Oriente e il basso costo dei trasporti e delle comunicazioni nell’epoca della globalizzazione. Chi richiama l’attenzione sugli esempi del passato per confutare la tesi dell’impossibilità dell’integrazione non tiene conto delle differenze esistenti fra l’emigrazione di ieri e quella di oggi. Gli emigranti europei nelle Americhe sono stati perfettamente integrati: italo-americani come Frank Sinatra, Robert De Niro o Frank Giuliani, o italo-argentini come Juan Manuel Fangio, Cesar Luis Menotti o Jorge Mario Bergoglio ora papa Francesco, sono veri statunitensi e veri argentini, la loro italianità riducendosi a un dato biografico e a qualche elemento folkloristico. Culturalmente e psicologicamente sono dei nordamericani e dei latinoamericani, non sono degli italiani. Però i loro genitori o antenati sono emigrati in terre spopolate, le loro famiglie avevano tassi di natalità prossimi a quelli di chi già viveva nei paesi dove sono emigrati, i loro viaggi di là dall’oceano erano virtualmente senza ritorno a causa della distanza e dei costi da sopportare, la persistenza di legami e rapporti con la patria d’origine era estremamente labile in assenza di forme di comunicazione diverse da quella postale. Oggi chi emigra resta in contatto con la terra di origine attraverso le tecnologie informatiche che permettono di comunicare a prezzi bassissimi o comunque contenuti (e-mail, social media, telefoni cellulari); le tivù satellitari che ogni sera riversano notizie della patria nella lingua madre e i viaggi aerei low cost che permettono di fare la spola fra il luogo di nascita e quello di emigrazione più volte all’anno con costi contenuti, fanno sì che il cordone ombelicale col mondo di provenienza non venga mai tagliato. Oggi non ci sono fattori materiali come la grande distanza e gli alti costi per superare la distanza che costringano gli emigranti allo sradicamento completo e all’adattamento alla nuova realtà.

Poi c’è il fattore demografico: gli immigrati fanno molti più figli degli indigeni europei. Il tasso di fertilità nella Ue è di 1,6 figli per ogni donna in età fertile; nel Medio Oriente e Nordafrica è di 3 figli, nell’Africa sub-sahariana è di 5 figli. Perché una popolazione giovane e numericamente in ascesa dovrebbe conformarsi ai valori di una popolazione senescente? Ha detto Massimo D’Alema che l’Italia ha bisogno di 30 milioni di immigrati nell’arco di 20 anni per mantenere il sistema pensionistico e rilanciare la crescita economica. Se “noi” abbiamo bisogno di “loro” più di quanto loro abbiano bisogno di noi, perché loro dovrebbero adattarsi a noi e non piuttosto viceversa? È intuitivo che un’Italia dove arrivano e fanno figli 30 milioni di stranieri nel giro di 20 anni non sarebbe più l’Italia ma diventerebbe un’altra cosa. Gli immigrati tenderebbero a vivere fra loro, occuperebbero spontaneamente porzioni di territorio, diventerebbero la maggioranza dei residenti in certe aree, e non si capisce perché, essendo la maggioranza, dovrebbero vivere secondo i desiderata della minoranza. Il problema nasce proprio qui, nasce dal rapporto fra maggioranze e minoranze nei paesi moderni. Ed è qui che nasce la mia convinzione, diversa da quella ipotizzata da Cobianchi, che non sia possibile nemmeno la semplice convivenza in alternativa all’integrazione.

La forma dello stato-nazione europeo, frutto ideale dell’incrocio fra illuminismo e romanticismo e prodotto delle guerre e dei moti popolari ottocenteschi, è del tutto inidonea alla convivenza fra comunità profondamente diverse per valori e visioni della vita. Al contrario della forma imperiale. Gli imperi centrali demoliti dall’esito della Prima Guerra mondiale –Impero austro-ungarico e Impero ottomano – erano entità politiche multiculturali e multireligiose, nelle quali convivevano popolazioni diverse per lingua, cultura e fede religiosa. Ogni etnia e ogni comunità confessionale si regolava secondo le proprie convinzioni e tradizioni, tradotte in norme di diritto comune e di codice di famiglia. Al potere imperiale andavano versati tributi sotto forma di tasse e di reclute per l’esercito, in cambio dell’autorizzazione a un ampio autogoverno. Le leggi e i provvedimenti che originavano dall’imperatore non potevano, ovviamente, essere sindacati. E nessuno ci provava.

In una democrazia moderna la cosa non può funzionare: non esiste un’autorità insindacabile sovrastante il popolo, le leggi sono l’espressione della volontà maggioritaria dei cittadini attraverso la mediazione parlamentare. Le leggi approvate dalla maggioranza valgono per tutti e tutti devono accettarle. Questo modo di funzionamento della politica presuppone una certa omogeneità culturale: ci si divide e si discute su tanti argomenti, ma alla fine chi si ritrova in minoranza accetta, anche se malvolentieri, la volontà della maggioranza perché ciò che unisce è più profondo di ciò che divide. La maggioranza tende – almeno fino a qualche tempo fa, oggi si comincia ad annusare odore di neo-totalitarismo – a lasciare qualche spazio alla minoranza. Gran parte dei paesi europei ha deciso purtroppo di legalizzare l’aborto, ma almeno è stato riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza per chi potrebbe essere chiamato a praticarla.

Ora, è evidente che democrazia liberale e pluralismo culturale assoluto non possono convivere. Come si può legiferare su un tema come la blasfemia in un paese dove le opinioni sono radicalmente opposte? Se metà della popolazione pensa che le offese a Dio meritano la pena di morte, e l’altra metà pensa che sia diritto di ogni artista reale o presunto e di ogni umorista reale o presunto offendere la divinità in nome di messaggi estetici, satirici, comunque concettuali, come possono queste due metà convivere nello stesso stato? La metà messa in minoranza dalla legge non si considererà più veramente cittadina dello stesso Stato, non riconoscerà più la legittimità di chi governa.

Ecco perché io credo che l’Europa, dopo 70 anni di processi di integrazione, vada incontro alla più grande disintegrazione della sua storia dall’epoca della fine dell’Impero Romano. L’immigrazione proseguirà, gli stati si frammenteranno di diritto o di fatto a causa delle differenze culturali fra vecchi e nuovi abitanti. Ci scambieremo merci, servizi e manodopera, ma scordatevi l’Europa unita nell’Inno alla gioia di L. van Beethoven.

Foto Ansa


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