Incertezze d’autore nelle opere di Günther Uecker

Non fatevi ingannare dal titolo – intriso solo all’apparenza di pessimismo – della mostra che la Galleria Alessandro Bagnai di Firenze dedica fino al prossimo 23 giugno all’artista tedesco Günther Uecker (Wendorf, 13 marzo 1930). Poesia della distruzione è una rassegna simbolica, sintesi della ricerca passionale, contraddittoria, provocatoria e inaspettatamente ottimista di un artista secondo cui «le fonti dell’arte non si trovano nell’arte stessa, le fonti dell’arte si trovano al di fuori dell’arte. E utilizzando i mezzi di cui sono capace riesco per esempio a trasmettere il mio impegno, il mio sgomento e la mia posizione individuale». Un modo di pensare da cui affiora l’idea di un’arte che, pur non staccandosi mai dalla realtà, esiste per se stessa; un’arte che non nasce da certezze, ma da dubbi che stimolano l’estro produttivo.

Opere come Bedside Table (1963) e Piano, Piano (1964), dove oggetti comuni – un comodino e un pianoforte – vengono trafitti da una valanga di chiodi, testimoniano chiaramente la scelta da parte dell’artista (fondatore insieme ad Yves Klein, Heinz Mack e Otto Piene del Gruppo Zero) di un sistema linguistico immediato, trasparente, di una semplicità arcaica che nasce in maniera naturale da profonde intenzioni etiche ed estetiche. Così come gli oggetti, anche l’uomo viene ferito, ma dai suoi stessi errori, che solo la speranza, travestita d’arte, potrà curare.

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