In morte di Raffaele, uno di noi

susanna.campusCari amici, il giorno che è morto Raffaele Pennacchio ero in rianimazione per una “revisione completa” e l’ho saputo solo il giorno dopo. Quando me l’hanno detto, sono rimasta senza parole. Non lo conoscevo di persona, ma mi sono profondamente addolorata perché era “uno di noi”. Così ho ascoltato i e ho letto i giornali e non ho potuto fare a meno di chiedermi perché mai un malato debba morire per vedere riconosciuto il suo diritto alla salute e alla vita (che lui, in questo caso, ci ha pure rimesso).
È mai possibile che un malato debba andare a protestare per avere la giusta assistenza e, soprattutto, è possibile che sia morto in questa circostanza? Qualcuno avrà la coscienza di sentirsi responsabile di questa morte? Certo, lui era libero di decidere se andare a Roma oppure no, ma sapete cosa si prova quando si è senza assistenza con malati di tale gravità? Si è disperati e pronti a qualunque cosa!

Voglio specificare bene una cosa: io non condivido questa forma di protesta, perché la nostra vita è già abbastanza precaria per colpa della Sla e non c’è bisogno di metterla a repentaglio ulteriormente! Certo, ognuno è libero di manifestare nella maniera che ritiene più giusta, ma io non voglio fare un “favore” a chi nega i soldi ai malati indebolendomi. Oltre a essere una “spina nel fianco” alla Sla, lo sarò anche per chi non capisce che noi esistiamo e vogliamo continuare a vivere con dignità e rispetto. Credo che la cosa migliore sia di rimanere vivi e riservare la nostra salute contro chi vorrebbe che noi non esistessimo. Così possiamo dimostrare che noi “ci siamo” e con le nostre “voci mute”, possiamo “urlare a squarciagola” la nostra libertà di vivere! Raffaele ha “pagato” in prima persona e ora sta a tutti noi far sentire la nostra voce anche per lui!

Noi malati di Sla della Sardegna siamo più “fortunati” degli altri perché già l’assessore alla Sanità Nerina Dirindin, e ora l’assessore Simona De Francisci, hanno creduto e credono nell’assistenza domiciliare e sono sempre state al nostro fianco per cercare di darci l’assistenza migliore. È bello che due donne si siano “schierate” al fianco dei malati di Sla sardi! Spero che anche le altre regioni prendano esempio dalla Sardegna per cercare di dare l’assistenza migliore a tutti i malati. Non vogliamo “malati di serie A e malati di serie Z”, vogliamo che tutti i malati siano trattati con dignità. Se la Sardegna che è considerata tra le “Cenerentole” delle regioni è riuscita a creare una buona assistenza domiciliare perché non lo possono fare anche le altre regioni?

Ora i miei compagni di Sla vogliono riprendere la lotta, e chiedo: quanti altri dovranno morire per un “diritto negato”? La nostra libertà di vivere non ci può essere negata per nessuna ragione al mondo: noi siamo esseri umani e meritiamo rispetto da chiunque. Tuteliamo la nostra vita a qualsiasi costo e non buttiamola al vento. Cari amici, la nostra vita è piena di colori, non permettiamo a nessuno di spegnerli e di spegnere la nostra vita.
Ciao Raffaele!

bacioni,
Susanna

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