In crisi tocca affidarsi anche ai Letta e ai Conte. Non pretendete entusiasmo, però

Enrico Letta e Giuseppe Conte
Il segretario del Pd Enrico Letta con il presidente del M5s Giuseppe Conte (foto Ansa)

Su Formiche Emanuele Rossi scrive: «La guerra sarà lunga, “non dico decenni, ma certamente anni”, ha detto in audizione alla commissione Forze armate della Camera il capo dello Stato maggiore congiunto, Mark Milley: “Quello che la Russia ha avviato è un conflitto molto esteso e penso che la Nato, gli Stati Uniti, l’Ucraina e tutti gli alleati e i partner che stanno sostenendo l’Ucraina vi saranno coinvolti per un po’ di tempo».

Una guerra di lunga durata. È inevitabile?

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Su Dagospia si scrive: «Il segretario di Stato, Antony Blinken, e soprattutto il capo della Cia, William Burns, non sono così contrari alla soluzione diplomatica con Mosca. Il rischio che la tensione crescente possa sfuggire di mano è sempre dietro l’angolo, soprattutto perché aumentano le fibrillazioni di polacchi e paesi baltici, a cui la minaccia russa fa prudere le mani. La corsa al riarmo dell’Europa è destinata a innescare una spirale pericolosa: di solito chi si dota di armi, prima o poi le usa».

In una situazione già confusa, pesano negli Stati Uniti anche le elezioni di midterm. Qualche forma di convergenza tra democratici e repubblicani sul contrasto a Mosca oggi dà maggiore stabilità politica. Sarebbe utile, però, anche uno sforzo di tutto l’Occidente perché la politica americana sia sufficientemente dura contro l’aggressione russa, ma anche adeguatamente razionale.

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Su Open in un’intervista di Federico Fubini sul Corriere della Sera, l’ex consigliere presidenziale di Yeltsin e Putin, Sergey Karaganov, dice: «L’Ucraina è stata costruita dagli Stati Uniti e altri paesi Nato come una punta di diamante per avvicinare la macchina militare occidentale al cuore della Russia. Vediamo ora quanto fossero preparati alla guerra».

Vi sono diversi elementi della visione che i russi hanno delle scelte americane che a noi osservatori occidentali appaiono estremizzate quando non irrazionali, però le scelte strategiche che corrispondono a queste premesse, pur non essendo giustificabili assolutamente dal nostro punta di vista, sono comprensibili.

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Su Huffington Post Italia Claudio Paudice scrive: «Il danno maggiore potrebbe essere in termini di credibilità sui mercati ma ci dovrà fare i conti nel lungo periodo e dopo l’invasione dell’Ucraina è forse l’ultimo dei problemi di Vladimir Putin, ora».

Anche osservatori di iperprovata fedeltà atlantica avvertono che le sanzioni non sono decisive nel risolvere un conflitto armato.

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Sul Sussidiario Toni Capuozzo dice: «Ogni guerra all’inizio viene combattuta con una qualche pretesa innocenza. Si pensi al fatto che la Russia ha lanciato questa invasione con la scusa che andava a proteggere le popolazioni del Donbass e a denazificare l’Ucraina. Ma il trascorrere della guerra fa perdere questa innocenza: i soldati vedono cadere i commilitoni che gli dormivano accanto, i civili assistono all’uccisione dei vicini e al saccheggio delle loro abitazioni, si assiste al tragico compiersi di misfatti e atrocità di ogni genere. È il caso di quel prigioniero ucraino che, pur non avendo subìto torture ma una detenzione severa e aver visto violenze su altri prigionieri, in un’intervista ha dichiarato: “Adesso sono pronto a morire per l’Ucraina, sono pronto anche ad uccidere per l’Ucraina”».

Se la guerra diventa lo strumento decisivo per risolvere la questione aperta dall’aggressione russa all’Ucraina, se si ritiene di essere in una situazione “Monaco” e di dover scegliere tra Neville Chamberlain e Winston Churchill, bisogna essere ben consapevoli di che cosa implica questa scelta.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Rosalina Ravasio, suora fondatrice della Comunità Shalom, scrive: «Eppure, considerare “buona e giusta” una strategia che porta inevitabilmente verso un allargamento della guerra, è un modo arduo di risolvere il problema che affligge l’Ucraina, che richiederebbe da parte di tutti i politici e i leader europei massima prudenza, tatto, buon senso e umanità: virtù che sembrano così fortemente assenti nelle espressioni e nel linguaggio della politica».

La testimonianza religiosa è preziosa, ma in certi casi le scelte devono rispondere alla tragica concretezza che la realtà ci pone di fronte. Però anche la concretezza deve sempre interrogarsi sui princìpi che guidano le nostre scelte.

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Su Affaritaliani si scrive: «Il segretario del Pd Enrico Letta e il presidente del M5s Giuseppe Conte si sono incontrati oggi per un pranzo di lavoro. Al centro del colloquio i principali temi dell’agenda a partire dalla guerra in Ucraina e i provvedimenti per il sostegno di famiglie e imprese. Oltre a questo, i due leader hanno toccato il tema del percorso verso le elezioni amministrative. Lo riferiscono fonti del Pd».

Ecco due, per così dire, leader politici che non m’ispirano grande fiducia quando cercano una sintesi tra princìpi e scelte concrete. Letta è una persona colta, ma pilotata dai francesi a guidare un Pd che non ha né un cultura politica adeguatamente organizzata né basi sociali sufficientemente salde per offrire un serio indirizzo all’Italia. Conte è un personaggio inventato, nelle sue fasi più popolari un portavoce del creativo Rocco Casalino, oggi espressione di un movimento allo sbando il cui unico punto fermo è il rapporto di Beppe Grillo con Pechino. Naturalmente si fa di necessità virtù, e questa crisi va affrontata con chi è sul campo. Non pretendete entusiasmo, però.

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Sul Sussidiario Antonio Fanna scrive: «L’accenno ai condizionatori non è solo un ritorno all’economia domestica: è una profezia dell’immiserimento prossimo venturo. Il tenore di vita degli italiani è destinato a ridursi, i razionamenti sono in vista, l’economia di guerra è alle porte. E tutto ciò viene accettato dalla politica senza battere ciglio, anzi viene difeso nelle dichiarazioni pubbliche e organizzato nei palazzi del potere. Naturalmente ogni cosa viene giustificata in nome della pace in Ucraina e della fatalità di una congiuntura internazionale senza precedenti, tacendo sulle cause reali della povertà incipiente. E sulle scelte che le hanno accompagnate».

Può darsi che “la guerra” alla Russia sia l’unica opzione che l’Occidente ha di fronte. Naturalmente sarebbe utile una vera discussione sul tema. Però se “la guerra” sia pur immateriale, se non per i poveri ucraini, è la via, bisogna dire la verità, non usare battutine retoriche sui “condizionatori”.

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Su Huffington Post Italia Marc Lazar dice: «Attenzione: un secondo turno delle presidenziali francesi tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen è uno scenario probabile ma non è ancora certo».

Ah! Già! In Occidente si vota ancora, nonostante lo stato di guerra virtuale. Se non siete un giornalista con l’elmetto, studiate un po’ le elezioni ungheresi (nonché quelle serbe) e capirete che il risultato non è frutto solo del controllo della televisione. Forse questo vi farà comprendere anche che cosa potrà avvenire se le scelte di “guerra” che si vorranno intraprendere non saranno fondate sull’adeguato fare i conti con la “verità”.

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Sulla Zuppa di Porro si scrive: «Forse non sarebbe inutile per capire parte di quel che sta avvenendo cercare di leggere il malcontento di uno dei centri del potere d’Oltralpe, l’esercito. Con le dimissioni del capo di Stato maggiore, Pierre de Villieres, quando Macron diventa presidente; con il malcontento per la politica di Parigi in Africa (ben testimoniato dalle scelte anche di Bolloré che si è ritirato dagli investimenti in quell’area); con gli aspri dissensi dimostrati verso l’asse Usa-Gb-Australia formatosi prima per i sottomarini nucleari poi per i missili ipersonici, con una Germania che si è riarmata ma non costruendo un esercito di difesa europeo bensì comprando aerei di combattimento americani, con i pasticci che Washington ha combinato in aree di grande interesse francese come Libia e Siria. Insomma se l’esercito francese considera che l’attuale inquilino dell’Eliseo non sia in grado di difendere bene alcuni interessi nazionali prevalenti, questo fatto potrebbe avere qualche effetto sugli equilibri nell’establishment francese. Con qualche conseguenza».

È probabile che in Francia alla fine prevalga Emmanuel Macron al secondo turno. Però non è inutile, se non si ha un elmetto in testa, dedicare qualche minuto all’analisi di una realtà francese che non potrà non essere condizionata anche dalla guerra in Ucraina.

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