Impegno per i migranti, silenzio su aborto a New York e su Luxuria: non va bene

Bene fa la Chiesa a preoccuparsi dell’accoglienza dei migranti, anche di quelli che, non avendo i titoli per restare in Italia, fatalmente dovranno fare ritorno in patria; bene fa a preoccuparsi della conservazione del Creato, ovvero della protezione dell’ambiente, che è la dimora dell’uomo e lo scenario della magnificente creatività di Dio; bene fa a perseguire buone relazioni con i leader di altre religioni e a cercare rapporti fraterni coi credenti di altre fedi, nella prospettiva di collaborare a compiere tutto ciò che è moralmente giusto; bene fa a incontrare i musulmani sul piano del comune senso religioso e dell’umana capacità di distinguere il bene dal male, di riconoscere la verità morale. Non fa bene, invece, a sottovalutare i peccati e tutti gli atti malvagi, compresi provvedimenti di legge e forme di pressione mediatica, che sfigurano la sessualità umana.

Bene fa la Chiesa a insistere sul dovere di soccorrere i migranti in pericolo, che ha la priorità sull’accertamento delle responsabilità circa chi ha creato le condizioni di pericolo – che però vanno poi accertate senza finte ingenuità, perché qua nessuno è fesso – perché fondamentale principio di civiltà è la prioritaria difesa dei deboli, il non far pagare ai deboli colpe e crimini che vanno al di là delle loro responsabilità. Non fanno bene – anzi fanno malissimo, anzi indignano – quei cattolici, come padre Bartolomeo Sorge, che hanno paragonato lo sgombero e il trasferimento degli ospiti del Cara di Castelnuovo alle deportazioni naziste, e tutti quelli che sui social hanno approfittato della Giornata della Memoria per paragonare le morti per naufragio nel Mediterraneo al genocidio degli ebrei: questa è una bancarotta morale e intellettuale. Ma si sa: dappertutto ci sono fanatici, dappertutto c’è gente che strumentalizza e mistifica tragedie per attaccare avversari politici o per promuovere la propria visione politico-religiosa del mondo.

Meraviglia invece il silenzio delle gerarchie su due fatti esecrabili – diversi per gravità, ma dello stesso segno – come l’approvazione da parte del governatore dello Stato di New York di una legge che autorizza l’aborto fino al nono mese di gravidanza anche in assenza di pericolo per la vita della madre e la promozione del transessualismo come unica risposta adeguata alla disforia di genere propagandata a una classe di bambini delle elementari nel corso di una trasmissione della tivù di Stato italiana, condotta da Vladimir Luxuria (al secolo Vladimiro Guadagno). Che cosa fa sì che alcuni argomenti attirino l’interesse del clero e altri invece suscitino la sua repulsione? E che in cima alla lista degli innominabili ci siano quelli che hanno a che fare col sesso? Domenica 27 gennaio nelle parrocchie di rito ambrosiano era la ricorrenza della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, ma nella mia il sacerdote che ha celebrato la Messa pomeridiana non ha fatto alcun cenno alla nuova crudele legge sull’aborto firmata a New York, tanto meno ha ricordato la strage avvenuta poche ore prima nelle Filippine, dove due bombe avevano causato 20 morti dentro alla cattedrale dell’isola di Jolo mentre si svolgeva la Messa. Durante l’omelia però non ci ha risparmiato un attacco al presidente americano Donald Trump, colpevole di adirarsi col Congresso che non gli lascia costruire la barriera al confine col Messico, e un altro rivolto indirettamente a Matteo Salvini con queste parole: «Per Dio tutte le persone sono uguali, sia quelle che muoiono nel Mediterraneo, sia quelle che fanno il ministro nel governo italiano; anzi per Dio sono più importanti le prime delle seconde».

Al di là di simpatie e antipatie politiche, il motivo per cui la Chiesa sembra essere diventata silenziosa su temi attinenti la sessualità può essere individuato nella maturata convinzione che in passato si è troppo insistito su questo genere di peccati, mentre si è dato troppo poco peso ai peccati sociali ed economici. Questo strabismo avrebbe fatto perdere credibilità alla Chiesa: i vizi capitali sono sette, ma per un certo periodo a dominare le prediche è stato solo quello della lussuria; dieci sono i comandamenti, ma in passato si è insistito troppo sul sesto e il nono (“non commettere atti impuri” e “non desiderare la donna d’altri”) e poco sul quinto e il settimo (“non uccidere” e “non rubare”). Da qui la necessità oggi di essere un po’ più permissivi in materia di peccati sessuali, o per lo meno di non intervenire spesso come in passato. Uomini e donne sempre hanno commesso questo genere di peccati, e sempre li commetteranno: è parte della condizione decaduta dell’essere umano, è uno dei prodotti più evidenti del peccato originale (anche se molti preti sembrano non credere più a tale peccato, oppure ne danno interpretazioni di tipo gnostico).

Tutto questo ragionamento, apparentemente realistico, pecca in realtà di inadeguatezza culturale. I peccati sessuali di oggi sono diversi da quelli di ieri perché di mezzo c’è la mutazione antropologica che è il portato della rivoluzione sessuale degli anni Cinquanta-Sessanta. Nella mentalità comune i peccati sessuali non sono più considerati segni della debolezza umana: sono diventati il principale veicolo della visione ateistica della condizione umana. L’ateismo che non ha potuto imporsi attraverso la propaganda antireligiosa di Stato dei paesi comunisti, né attraverso la divulgazione scientifica di stampo anglosassone (da Bertrand Russel a Richard Dawkins), è diventato mentalità dominante nei paesi occidentali grazie alla desublimazione del sesso trasformato in libera attività espressiva e ricreativa da iniziare il prima possibile. L’ha capito per primo (almeno in Italia) Augusto Del Noce, genio incompreso soprattutto in casa cattolica e dimenticato da coloro che per un certo periodo ne fecero il loro punto di riferimento intellettuale. Del Noce è stato il primo a individuare nel pensiero neo-freudiano di Wilhelm Reich e nel manifesto del surrealismo le basi di quella rivoluzione sessuale che ha per obiettivo la distruzione della visione cristiana del sesso e della famiglia, che poi il Sessantotto ha realizzato. A livello politico il Sessantotto non ha prodotto quasi nulla, a livello di costumi ha imposto la sua visione della sessualità umana facendola diventare opinione comune e dominante: basta accendere la tivù su qualsiasi canale e in qualunque orario per rendersene conto.

Alla lettura delnociana del Sessantotto un recente convegno milanese ha dedicato una relazione a cura del saggista Luca Del Pozzo. Alcuni brani della relazione meritano di essere citati per esteso per spiegare il punto della questione.

«Reich – spiega Del Pozzo – negli anni ’20 e ’30 appartenente al movimento di liberazione sessuale sorto in dipendenza della rivoluzione russa, al posto di borghesia e proletariato sostituì gli assertori della morale repressiva e quelli della morale libertaria in campo sessuale, teorizzando che all’affermazione della libertà sessuale sarebbe conseguita la felicità e, quindi, la fine dell’autoritarismo. Qual era il punto, in cosa consisteva la tesi portante del Reich? Che non erano possibili compromessi tra la morale tradizionale e la liberalizzazione sessuale. E questo perché non esiste alcun ordine, alcuna autorità metaempirica di valori. L’uomo non è altro che un insieme di bisogni fisici soddisfatti i quali sarà felice. Ma quale tra i bisogni è più forte di quello sessuale? Secondo Reich gli uomini dovevano essere lasciati liberi di vivere la sessualità con l’unico fine della ricerca del piacere – ossia separando sessualità e procreazione – perché solo così sarebbero stati veramente felici. Ed essendo felici, l’umanità avrebbe finalmente raggiunto la pace e la concordia universali. Fintanto che, all’opposto, la sessualità fosse rimasta al servizio della procreazione gli uomini sarebbero stati repressi e, quindi, infelici».

«Il Sessantotto facendo sua questa teoria separò così la sessualità dalla procreazione, teorizzando che si poteva e si doveva fare sesso senza la “scocciatura” di poter avere un figlio. Ma la liberazione sessuale così intesa implicava abbattere l’istituto sociale repressivo per eccellenza, ossia la famiglia monogamica tradizionale in quanto portatrice dell’idea di tradizione cioè di un ordine di verità immutabili da, appunto, tradere, trasmettere, consegnare da una generazione all’altra. Se infatti non esiste alcun ordine di valori immutabili e di verità meta-empiriche, ne consegue che la famiglia, deputata alla trasmissione di quell’ordine, non ha più motivo di esistere». Non meno decisivo – anche se meno noto ai più – è il contributo del surrealismo alla diffusione dell’ateismo attraverso la rivoluzione sessuale. Ha scritto André Breton a proposito dell’offensiva programmatica del surrealismo contro la civiltà cristiana: «Rovinare definitivamente l’abominevole nozione cristiana del peccato, della caduta originale, dell’amore redentore, per sostituirgli con tutta certezza quella dell’unione divina dell’uomo e della donna… Una morale basata sull’esaltazione del piacere spazzerà presto o tardi l’ignobile morale della sofferenza e della rassegnazione, mantenuta dagli imperialismi sociali e dalla Chiesa». I surrealisti, che inizialmente avevano in simpatia il comunismo, se ne allontanarono perché quest’ultimo non si impegnava abbastanza nel campo della rivoluzione culturale e dei costumi, col rischio che il comunismo trionfasse come una specie di teocrazia di fatto. Dice Del Pozzo: «Qual era la critica del surrealismo al marxismo? Il fatto che il vecchio mondo cristiano non poteva essere abbattuto dal mutamento dei rapporti economici; anzi, se si guardava alla storia nulla lasciava presagire che così come il capitalismo aveva saputo adattarsi alla civiltà cristiana ad esso preesistente, allo stesso modo poteva accadere con il marxismo. In altre parole, non vi era garanzia, ed anzi tutto portava ad escluderlo, che fatta la rivoluzione marxista l’ordine cristiano sarebbe stato debellato. E questo perché i costumi cambiano più lentamente rispetto all’economia, motivo per cui secondo i surrealisti Marx doveva essere “completato moralmente”, diceva Del Noce, con Sade e Freud».

Questa in fondo è l’illusione che ha mosso i catto-comunisti di ieri e muove quelli di oggi: l’illusione che sia possibile creare un ordine terreno dove i rapporti pubblici sono governati dal socialismo e quelli privati dalla morale cristiana. Per quasi trent’anni, dal 1970 fino alla morte, Del Noce ha spiegato che questa visione era sbagliata, perché l’ateismo è diventato cultura di massa non attraverso la propaganda comunista, ma attraverso il libertinismo e la rivoluzione sessuale. Non serviva a nulla un compromesso fra comunisti e cattolici dove i secondi chiedevano ai primi di rinunciare alla propaganda antireligiosa su base scientifica in cambio del sostegno dei cristiani alla rivoluzione socialista, perché attraverso il Sessantotto i valori della rivoluzione sessuale erano entrati permanentemente nella sinistra (come, per altre ragioni, erano entrati nella borghesia).

Del Noce si chiedeva come mai un pensiero formulato negli anni Venti e Trenta e rimasto ai margini avesse poi trionfato negli anni Sessanta, e cercava la risposta nelle trasformazioni culturali. Personalmente trovo decisiva l’introduzione dei metodi anticoncezionali moderni, che evolvono in maniera decisiva proprio negli anni Cinquanta con la creazione della pillola anticoncezionale di Pincus, e l’avvento delle legislazioni che depenalizzano l’aborto a partire dagli anni Settanta. Fintanto che non erano disponibili tecniche efficienti e legislazioni permissive, ovviamente il libertinismo e la rivoluzione sessuale propagandata da Reich non potevano passare dalla teoria ai fatti.

Direi che ce n’è abbastanza per invitare la gerarchia della Chiesa cattolica a dimostrare sulle questioni legate alla sessualità almeno tanto coraggio e determinazione quanta ne mostra sui temi dei migranti, della giustizia sociale, del rispetto per il Creato.

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