Il vero motivo per cui il Pd punta sulla preziosa arroganza di Calenda-Bonino

Enrico Letta e Carlo Calenda
Enrico Letta e Carlo Calenda (foto Ansa)

Su Dagospia si riporta questo tweet di Carlo Calenda rivolto a Licia Ronzulli: «È quasi una cena elegante».

Tre giorni fa Calenda ha dato del troglodita a Marco Marsilio: l’Abruzzo non si merita un simile governatore – ha detto – che si permette di ricordare a quelle che pure chiama “sue amiche” (Mariastella Gelmini e Mara Carfagna) come chi le ospita oggi, ieri le dava delle frequentatrici di “cene eleganti” ad Arcore. Ed ecco, dopo queste bellicose parole, che oggi il leader di Azione, il Giuseppe Mazzini de’ noantri, ripete contro la Ronzulli quasi letteralmente l’insulto marsiliano. Come mai non coglie la contraddizione del suo comportamento? O si è forse messo in testa di diventare il troglodita-chic che neppure i Parioli si meritano?

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Su Fanpage Luigi Di Maio dice: «Impegno civico vuole costruire, è una comunità fatta di persone determinate, pazienti, pronte a dare il massimo».

Bè, certamente Di Maio è, senza dubbio, la classica persona determinata e paziente, pronta a dare il massimo. E, peraltro, anche, a cercare di prendere il massimo.

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Sugli Stati Generali Paolo Natale scrive: «Alla fine, l’alleanza tra Pd e Azione (con +Europa) è stata siglata: un patto con contenuti, ci dicono, non soltanto legati alla spartizione dei (pochi) collegi che vinceranno, ma anche di stampo programmatico, peraltro piuttosto generico. Insomma, è accaduto ciò che si supponeva sarebbe successo, pur con qualche litigio di troppo, forse un po’ pretestuoso. Persa da tempo la possibilità di competere realmente con il centrodestra, attraverso un accordo almeno di medio periodo con il Movimento 5 stelle, sulla base di parole d’ordine importanti, come la transizione ecologica e la digitalizzazione “democratica”, l’unica via percorribile per il Partito democratico per perdere in maniera non catastrofica le prossime consultazioni consisteva proprio in questa alleanza».

L’analisi di un intelligente osservatore di cose politiche come Natale mi sembra interessante. L’obiettivo del Pd in queste elezioni sarebbe quello di salvare una base che poi renda possibile innanzi tutto correre negli enti locali e nelle Regioni. Da qui l’operazione, grazie anche alla preziosa arroganza di Carlo Calenda ed Emma Bonino, di diserbare il campo di noiosi protagonisti (i Renzi, i Fratoianni e simili) che in futuro avrebbero potuto dare fastidio. Certo ci si chiede perché questa operazione sia stata fatta con così poca eleganza e senza offrire un qualche elaborato progetto sul futuro. Si tratta però di ricordare quel che in queste righe si è già scritto: un partito che nell’ultimo decennio si è affidato per infilarsi nel potere non al voto degli italiani, ma alle manovre di Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, e che per di più si è fatto commissariare da un inetto prefetto francese come Enrico Lettino, non poteva dare di più.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Ruben Razzante scrive: «La sinistra dichiara che avrebbe proseguito volentieri la stagione della solidarietà nazionale con la guida di Draghi, ma nei fatti sta trasformando la campagna elettorale in una rissa, sia al suo interno sia nei confronti del centrodestra. I toni offensivi e il linguaggio scomposto che alcuni esponenti della sinistra stanno usando nei riguardi degli avversari la dice lunga sul nervosismo che regna da quelle parti. La gente si chiede perché Pd, Lega, Forza Italia, Cinque stelle e cespugli vari, dopo aver governato insieme fino a dieci giorni fa (e governano tuttora insieme per l’ordinaria amministrazione), si stiano letteralmente scannando a colpi di insulti, avvelenando il clima pre-elettorale. Se il bene del paese valeva come collante per restare insieme al governo, ora dovrebbe valere come metodo di confronto sui programmi e sulle soluzioni da trovare ai problemi che ci sono e che ci attendono in autunno».

Razzante coglie bene un tratto essenziale della politica di quell’arco di forze che dall’Ulivo è arrivato a formare il Pd: lo strano mix di “appello alla responsabilità nazionale” e “sistematico ricorso alla demonizzazione dell’avversario”. A Silvio Berlusconi si chiese di appoggiare Mario Monti, Enrico Letta e poi lo si cacciò dal Senato. A Matteo Salvini si chiese di salvare la legislatura e poi lo si indicò come un pazzo razzista da far arrestare. A Giorgia Meloni si è data la patente di atlantista e di oppositrice responsabile, e poi oggi la si accusa di tutto: “fascista” “amica di Viktor Orbán” persino “laziale”. La base strutturale di questo comportamento sta nell’orientamento di ampi settori di establishment che non vogliono un potere democratico contendibile e in larghi, determinanti settori d’influenza straniera a cui fa comodo un’Italia poco autonoma politicamente. Il linguaggio sovrastrutturale di questa tendenza poggia invece sul fatto che il Pd è la somma di ex democristiani, testimoni (titolari?) della responsabilità nazionale (atlantismo, europeismo, adesione al sistema capitalistico, legami con i corpi intermedi) e di ex comunisti da sempre maestri nelle tecniche appunto di demonizzazione, padroni del linguaggio come ricorda George Orwell in 1984. Chissà se mai l’Italia riuscirà a uscire da questo complesso e articolato vicolo cieco in cui si è infilata.

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