Il tema di sera con mia madre

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Pubblichiamo la rubrica di Marina Corradi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Succedeva sempre alle nove di sera, quando si era già cenato, ed era ora che io andassi a dormire. Ma il tema, il tema per il giorno dopo era ancora lì da fare, come una spada di Damocle, angoscioso. Con il suo titolo su un quaderno a righe, e, sotto, la pagina completamente bianca. Andava sempre così: avevo otto anni, mi piaceva andare a scuola e, molto, leggere; ma quel titolo appeso nel nulla mi opprimeva, e per tutto il pomeriggio avevo lasciato il quaderno chiuso.


«E il tema?», chiedeva infine mia madre. Io, occhi bassi, ancora seduta a tavola: «Non so cosa scrivere». Com’è il titolo? chiedeva allora lei. E io, con una smorfia: «“Sta arrivando l’autunno”. E che cosa vuoi che dica dell’autunno? Non c’è niente da dire, sull’autunno», esclamavo indispettita.

Mia madre sorrideva, del sorriso che aveva quando ancora mia sorella era viva. «Senti, domani il tema lo devi portare a scuola. Coraggio, proviamo». E andavamo nello studio di mio padre, e ci sedevamo al suo grande tavolo ingombro di carte.

«Dunque, l’autunno», cominciava mia madre. Io con la biro, china sul foglio di brutta copia, tracciavo degli scarabocchi, imbronciata. Che stupidissima cosa i temi, pensavo. Chissà perché i grandi devono affliggere i bambini con degli inutili temi. A me piacevano le fiabe, ne leggevo senza mai stancarmi. Ma, nelle fiabe succedeva qualcosa, e c’era un buono, e un cattivo. Nei temi, invece.

Mia madre: «Ti ricordi ieri mattina, quando siamo uscite e c’era quel vento forte che sollevava le gonne, e tu ridevi?».

«Mi ricordo», replicavo, accigliata. «Beh, quello era l’autunno. L’autunno è uscire di casa una mattina pensando che faccia ancora caldo, e invece una folata di vento freddo ti coglie e ti fa rabbrividire, e fa correre i mulinelli delle foglie come se scappassero via, rincorse da un nemico».

Detta così, la cosa sembrava più interessante. Mi piaceva, l’idea del nemico che inseguiva la foglie rinsecchite. «Facevano un rumore secco», dicevo allora timidamente, «sembravano voci di vecchie che si lamentano». Mia madre: «È vero, scrivilo questo: le voci secche delle foglie morte che scappano. E poi, non ti piaceva anche quella pioggia a raffiche? Hai detto che sembrava arrabbiata».

Già, e c’era, mi veniva in mente, anche quel cielo fosco, come caduto in basso su Milano. E l’odore, fuori da scuola, da un banchetto, delle prime caldarroste. «Ecco, devi scrivere tutto questo, liberamente, e anche le cose che ti sembrano strane», spiegava mia madre.

E finalmente la mia biro correva. Mi pareva di avere scoperto, in quel foglio bianco, una libertà che non conoscevo. Sono grata a mia madre, per quelle sere nello studio, noi due da sole. Per avermi svelato quell’angolo in cui potevo dire ciò che avevo nel cuore: le lettere tonde della mia grafia infantile che adesso si lasciavano andare, come acqua liberata, in quello che ora mi sembrava un grande, bel gioco.

Foto compiti a casa da Shutterstock


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