Il “semaforo alimentare” degli inglesi farà male al made in Italy? Chissà. Di certo non fa del bene agli obesi

Verde tutto ok, giallo così così, rosso da evitare. Gli inglesi la fanno semplice quando si tratta di dare consigli sull’alimentazione. Con un semaforo vogliono indicare quando una singola porzione di un alimento superi un certo livello di calorie, sale, zucchero, grassi o grassi saturi.

Come dargli torto? L’obesità nel Regno Unito è ormai un’emergenza: colpisce, secondo l’ultimo report Oms, un quarto della popolazione, mentre più del 60 per cento è sovrappeso. E adulti grassi educano bambini grassi, che saranno ancora più insalubri nelle loro abitudini.

Entrando in un loro supermercato, si capisce subito che la situazione non possa che peggiorare. Frutta e verdura sono relegati in un minuscolo angolino, dove c’è “uno di tutto”: un tipo di arance, uno di carote, uno di zucchine. È tutto plastificato, con dei mirabili cetrioli tutti uguali, avvolti ad uno ad uno, i peperoni tre a tre, i pomodori otto a otto. In compenso, potrete trovare una decina di tipi di burro diverso; gli snack, sia dolci che salati, avranno dei reparti giganti a sé. Qualsiasi pietanza può essere trovata già precotta, in scatola, liofilizzata o surgelata. È il paradiso delle confezioni.

Con questa “perdita di contatto con gli ingredienti singoli”, non mi stupisce che i bambini, quando intervistati, non distinguano una melanzana da un pomodoro, né riconoscano una patata. Non mi meraviglia neanche che la gente, non avendola mai preparata, non si possa rendere conto di quanti grassi ci siano in una teglia di pasta al forno da fare nel microonde, né quanti zuccheri in una torta del banco frigo. I numeri sulla confezione, sono solo numeri.

Gli italiani forse sanno queste cose anche senza vedere l’etichetta. Si rendono conto che le lasagne traboccanti di formaggio sono più adatte alla domenica che al pranzo di tutti i giorni, e magari sanno che la crostata è fatta da un terzo di zucchero e un terzo di burro, più le uova e la farina.

Sui quotidiani troverete tutte le polemiche di chi condanna il semaforo perché inevitabilmente danneggia tutti i prodotti made in Italy, come ne discuteranno oggi (16 dicembre) i ministri dell’Agricoltura europei.
Tuttavia il problema è forse un altro. Questo sistema aiuta le persone a mangiar meglio, a essere più sane?

Tutti questi obesi, invece che mangiar meno, come sarebbe giusto, saranno probabilmente portati a mantenere inalterata la quantità a discapito della qualità. Preferiranno le versioni light del cibo che sono abituati a consumare, in cui consistenza e sapore saranno mantenuti inalterati con altri buffi ingredienti.

Le aziende alimentari, dal canto loro, giocano in casa. Sanno, ad esempio, che potranno promuovere prodotti artificiali, dove gli zuccheri saranno sostituiti dai dolcificanti, e il sapore che si scioglie nei grassi da aromi.

C’è poi l’inganno delle porzioni: siccome il semaforo si baserà su una “dose”, basterà che questa sia irrealmente piccola per stare sotto i limiti. È capitato anche a me: ho comprato dalle macchinette un pacchetto di cracker, attirata dal contenuto basso di calorie, per poi scoprire che era riferito a un singolo cracker. Chi è che compra la confezione, ne mangia uno, e lascia lì il resto?

L’ultimo punto è che questo tipo di etichetta denuncia i punti negativi, ma non ne valorizza i positivi. L’olio d’oliva risulterà più grasso del burro, un succo di frutta o un bicchiere di latte più calorici della cola, un grappolo d’uva rossa più dolce di un dessert al cioccolato. E quanti inglesi sanno che in realtà i primi sono più sani dei secondi?

In conclusione, forse queste etichette aiuteranno i consumatori a scegliere tra prodotti confezionati altrimenti uguali, e spingeranno le aziende a controllare il contenuto in grassi, zuccheri e sale. Tuttavia un’educazione ai singoli e alle famiglie, che riporti al mangiare insieme in casa, alla cucina, all’uso dei singoli ingredienti, alla frutta e alle verdure fresche, sarebbe ancora più efficace. Anche in Italia.

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