Il santuario di Šaštín, dove il potere comunista non poteva entrare

L’ultima tappa del prossimo viaggio apostolico di papa Francesco sarà il santuario nazionale slovacco di Šaštín, con la basilica dedicata alla Vergine Addolorata, patrona del paese.

La piccola località, oggi vicino al confine ceco e austriaco, sin dall’antichità fu un crocevia di rotte commerciali e territorio di vicende belliche. Secondo la tradizione, nel 1564 – due secoli prima della costruzione della chiesa, – una nobildonna fece costruire una prima cappellina dedicata all’Addolorata come voto di ringraziamento.

Dopo l’arrivo dei paolini nel 1733 e il completamento della chiesa, il luogo divenne meta di pellegrinaggio, e la stessa Maria Teresa d’Austria vi si recava coi figli ogni anno. Proprio per questo, quando nel 1786 Giuseppe II soppresse gli ordini religiosi, il santuario di Šaštín non subì pesanti conseguenze.

Pellegrinaggi continui

Nel 1924, con l’arrivo dei salesiani dall’Italia, Šaštín rifiorì e divenne anche punto di riferimento educativo della zona. Nel 1950 il regime comunista scacciò i salesiani, chiuse l’istituto scolastico e il convento, trasformato poi in deposito.

Si dovette attendere la boccata d’ossigeno del 1968 perché i salesiani potessero ritornare in quella che per volontà di Paolo VI, quattro anni prima, era stata elevata a basilica minore.

Eppure i pellegrinaggi, nonostante tutto, erano continuati.

Fu soprattutto negli anni ’80 che Šaštín fu proposto dagli attivisti della Chiesa «clandestina» come punto di incontro annuale per decine di migliaia di giovani delle comunità disseminate per il paese che difficilmente potevano sfruttare altri momenti di aggregazione. Era una modalità di preghiera e incontro «alla luce del sole», e il regime tollerava queste iniziative di cui poteva fregiarsi come esempi di libertà religiosa. La tolleranza nascondeva però azioni, meno evidenti, di disturbo e di intralcio: autisti multati, strade interrotte, controllo dei documenti e fermi, come accadde nel settembre dell’88 al vescovo Korec (ufficialmente pensionato), personaggio molto amato dai fedeli e inviso al regime, che venne addirittura aggredito a Bratislava prima ancora di poter partire per il santuario.

I sette dolori della Vergine

Nell’84, ha raccontato uno dei responsabili delle comunità «clandestine», padre Vladimír Jukl, si volle fare un passo in più e proporre ai giovani l’adorazione notturna tra il sabato e la domenica, culmine delle celebrazioni. Restava il nodo del tremebondo parroco, all’epoca ricoverato in ospedale, che non voleva guai con le autorità statali. Fu grazie al dottor Silvo Krčméry – anch’egli uno degli attivisti più noti – che la degenza ospedaliera fu prolungata ben oltre il dovuto e tutto filò liscio…

La notte di canti e preghiere intonati all’aperto, che si ripeté negli anni successivi, fu l’occasione perché la giovane generazione riflettesse sul momento storico e sulla situazione che stava vivendo: i «sette dolori» della Vergine si declinavano per loro nell’ateismo di Stato, nella chiusura dei seminari, nella censura della stampa, nella mancanza di pastori… Dopo questo «successo» gli attivisti slovacchi pensarono di proporre un pellegrinaggio per i 1100 anni dalla morte di san Metodio, nell’estate successiva ma stavolta a Velehrad, il santuario cirillometodiano per eccellenza che unisce la Chiesa ceca, morava e slovacca.

La strofa del canto

Intanto a Šaštín i pellegrinaggi proseguivano. Spulciando nelle riviste del samizdat si nota l’aspetto ecumenico dei gesti di preghiera, in cui si auspicava che il paese danubiano facesse da ponte tra i cristiani di rito occidentale e gli orientali, tanto più che ospitava una cospicua presenza di fedeli greco-cattolici che negli anni ’50 soffrirono molte persecuzioni.

L’88 fu l’anno in cui si registrarono più presenze, tra il pellegrinaggio di giugno (40 mila persone, fu presente anche Madre Teresa) e quello di settembre (80 mila). A giugno alcuni poliziotti controllarono un gruppetto di giovani davanti alla basilica, ma in breve furono accerchiati da centinaia di pellegrini che tenendosi per mano si misero a cantare, modificando anche la strofa del canto Questo è il giorno donatoci dal Signore in Questa è la gente donataci dal Signore

Qui siamo sempre stati liberi

A settembre dell’89 si videro anche delle suore in abiti religiosi, ma ormai era l’anno della svolta. Crollato nel giro di un paio di mesi il regime comunista, a fine febbraio 1990 presso la basilica ritornarono i salesiani (dal 2017 sostituiti dai paolini), il 22 aprile Giovanni Paolo II sorvolando il santuario durante la visita lampo nella rinascente Cecoslovacchia, promise che sarebbe venuto in pellegrinaggio e così fu, nel luglio del ’95.

Quello che i vicini polacchi dicevano di Jasna Góra, «Qui siamo sempre stati liberi», si può ripetere per il santuario dell’Addolorata di Šaštín, che oggi attende Francesco.

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