Il problema del Pd non sono le elezioni. È il suffragio universale

Enrico Letta
Il segretario del Partito democratico Enrico Letta durante la festa di Atreju organizzata da Fratelli d’Italia a Roma, 9 dicembre 2021 (foto Ansa)

Su Striscia rossa Paolo Branca scrive che «a proposito del “partito di governo” o anche della condanna di governare, è passata abbastanza in sordina l’autocritica che il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto alla festa di Fratelli d’Italia, ovvero che non è più accettabile un Pd sempre nell’esecutivo senza passare da un chiaro successo elettorale». Già Pierluigi Bersani aveva osservato (con la sua mesta ironia): noi le elezioni le vinceremmo tutte, se non ci fosse questo maledetto suffragio universale.

Su Atlantico quotidiano Roberto Penna scrive che «tuttavia, noi abbiamo adesso un presidente del Consiglio di una certa caratura, quindi l’Europa vorrà ora degnarsi di ascoltare l’urlo disperato dell’Italia circa l’immigrazione clandestina, oltre alle mere repliche di circostanza?». Al fondo si teme che “l’asse carolingio” tratti Supermario Draghi come un Submario Monti qualsiasi?

Sul Sussidiario Giulio Sapelli scrive: «Una proclamata “sovranità europea” che non si comprende in che cosa possa consistere. Perché? La questione è molto semplice. Se l’Europa non si dota di una Costituzione – sia essa federale o confederale –, la sovranità non si comprende su cosa possa fondarsi, se non sulle sabbie di un colossale rito magico-esoterico divenuto, da segreto, diffuso in tutto il mondo della comunicazione politica e in genere dei mass media». Insomma: sovranità de che? Nun c’è il re, nun c’è il popolo. ‘Na sovranità burocratica?

Sul Sussidiario Paola Binetti scrive: «L’esaltazione dei casi limite portati per giustificare disposizioni legislative rischia di innescare processi che conducono allo scardinamento della vita anche associata. Tutti concordiamo che la sofferenza può far paura più della stessa morte. E va ricercato ogni rimedio per eliminarla. E qui si apre la questione di quanto la società si impegni nella ricerca per abbattere il dolore, per sostenere le cure palliative, per favorire un coinvolgimento della stessa società perché nessuno venga lasciato solo nei momenti di sofferenza». Di fatto un’eutanasia legalizzata sotto la veste umanitaria cela la realtà di una disumanizzazione burocratica.

Su Huffington Post Italia Alessandro De Angelis scrive: «Finché c’è sullo sfondo l’ipotesi che si possa andare al voto, è fondamentale tenere una parvenza di coalizione». Ecco descritto con precisione l’ideale che muove una bella fetta dei nostri parlamentari: il diritto acquisito del topini alla loro fettina di formaggio.

Su Scenari economici Guido Da Landriano scrive che: «Guardando alle promesse fatte dalla Cina quando è entrata a far parte dell’Omc/Wto, queste erano impressionanti. Ad esempio, in termini di politica economica, la prima promessa della Cina è quella di riservare lo stesso trattamento alle società cinesi, alle società straniere e ai privati ​​in Cina». L’entrata della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio ha cambiato il mondo con alcuni effetti positivi ma anche con terribili conseguenze determinate innanzi tutto da un Occidente che, invece di impegnarsi a costruire nuovi equilibri internazionali, si è dedicato solo a un’arrogante e irresponsabile retorica altrimenti detta “multilateralismo”.

Su Startmag Paola Sacchi scrive che «il centrodestra si rimette al centro nella madre di tutte le battaglie in politica». Insomma Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni non vorrebbero comportarsi né da polli di Renzo (Tramaglino) né da polli di Renzi (Matteo). Vediamo se questo mood durerà.

Su Startmag Francesco Damato riporta alcune frasi di Marco Travaglio tra le quali questa: «Dopo le buone prove da premier, Conte non ha nulla da imparare da Grillo (che deve farsi perdonare la resa senza condizioni a Draghi), ma in comunicazione sì». Le «buone prove da premier»? Sì, proprio così. Queste incredibili lodi alla catastrofica premiership contesca aiutano anche a valutare meglio il valore degli spregevoli insulti travagliani a Silvio Berlusconi.

Su l’Occidentale Gaetano Quagliariello racconta così le conseguenze della fine del Popolo della Libertà: «Espose una parte – quella di destra – al rischio del minoritarismo, e l’altra – quella di centro – al rischio della privatizzazione». È molto interessante l’analisi delle conseguenze della fine del Pdl, nella ricostruzione delle cause però si punta molto sugli errori di Silvio Berlusconi e non sulle manovre contro il bipolarismo di Giorgio Napolitano, che di fatto furono l’elemento centrale della stagione 2008-2011.

Su Formiche Gennaro Malgieri spiega così l’improvvisa entrata in campo di Valérie Pécresse: «Si è imposta all’opinione pubblica con la forza delle idee della destra radicale e la prospettiva di una presidenza “tranquilla”, capace di ristabilire equilibri dissolti durante il mandato di Macron ed attenta alle istanze della classe media». Un opinionista intelligente come Malgieri coglie i germi della nuova politica che si sta affacciando in Europa dopo la scomparsa della grande imbalsamatrice sonnambula Angela Merkel. Brutte notizie per i piccoli centrinisti che al fondo vorrebbero annullare qualsiasi dialettica politica.

Su Dagospia si citano queste parole di Maurizio Landini: «C’è una parte maggioritaria del paese che non si sente rappresentata. Noi abbiamo il dovere di dare voce a chi non ce l’ha e di cambiare la politica». Il segretario della Cgil nelle sue nuove battaglie si ispira al noto slogan: “Se c’ero dormivo”. Aver accompagnato il commissariamento della politica dal 2011 in poi ha provocato proprio quello che oggi si denuncia: «C’è una parte maggioritaria del paese che non si sente rappresentata».

Su Dagospia si raccoglie questa battuta di Matteo Renzi: «La questione non è modello presidenziale o semipresidenziale, ma chi va a votare deve sapere che il suo voto conta davvero». Per un simpatico avventuriero che ha sempre cercato di decostruire la politica in modo da emarginare gran parte dell’elettorato (sulla base del modello macroniano “non si sono più la destra e la sinistra”) queste affermazioni suonano particolarmente beffarde.

Su Affari italiani Alberto Maggi descrive così la discussione nel Pd: «Non c’è pace al Nazareno. Il Partito democratico riesce a spaccarsi anche sull’ipotesi di riforma elettorale. Una divisione netta e radicale che finisce per lacerare anche il Movimento 5 stelle, già alle prese con una balcanizzazione dei gruppi parlamentari». Osservando come si sta sistemando la sinistra italiana si ha la sensazione di assistere a un evento biblico. Come recita la Genesi: «La si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra». Una Torre di Babele, ecco come appaiono i vari Lettini, Bettini, Contini, Di Maini: espressione di lingue di potere ma morte perché ormai prive delle loro storiche radici comuniste e democristiane, o della non lingua grillina che assembla tramite suoni magari dei sentimenti ma non senso. Né la lingua essenzialmente tecnocratica dei Calenda e dei Renzi li porterà lontani: è animata solo da un esprit de géométrie, utile ma emotivamente sterile, e priva di quell’esprit de finesse che solo parla all’anima delle persone. In questo declinare, pericoloso per l’Italia, magari solo il vecchio motore della sinistra europea, la Spd forse ritrovata, più quello nuovo dei Grünen aprirà alla sinistra italiana qualche nuova via.

Su Dagospia Roberto D’Agostino riportando un suo articolo su Vanity Fair si chiede perché tanta parte dell’Italia «preferisce gettarsi sul “Centro-frivolo” del berlusconismo senza limitismo». Al fondo la questione è che a molti Forza Italia appare appena più rassicurante della Forca Italia di tipini come Marco Travaglio.

Su Formiche Corrado Ocone osserva, ragionando sul come il centrodestra possa essere il kingmaker delle candidature per il Qurinale, che «l’unico modo di dimostrarlo sarebbe quello di convergere su un nome da proporre agli altri con la possibilità di convincerli. Il che è francamente impossibile, o quasi, perché se si punta subito su Berlusconi il rischio è che non passi, o lo si bruci, mentre se si fa un altro nome il rischio è che si spacchi lo stesso centrodestra». Insomma il centrodestra sarebbe ancora con Silvio Berlusconi nella ovidiana situazione del “nec sine te, nec tecum vivere possum”, di non poter vivere né senza né con il patron di Mediaset.

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