Il primo fiore di primavera

È la lettera di un ragazzo alla fidanzata. Non lo sanno ma fra poco scoppierà la guerra in Europa. Lui scrive che non riesce a stare senza lei, e un pomeriggio di fine inverno va a cercare un fiore da mettere nella busta

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«Annamaria, nessuna viola, ancora; proprio non ce n’era nessuna. Ho trovato invece dopo molte ricerche un fiore che deve essere un bucaneve. È il primo che vedo, quest’anno». La lettera porta la data dell’11 febbraio 1939. Sulla carta ingiallita, sopra le righe vergate da una calligrafia irrequieta, c’è come una macchia bruna, sottile, del colore del sangue rappreso. Ma no, scopro distendendo delicatamente il foglio con le mani: è un fiore. È proprio un bucaneve disseccato; se ne distinguono i petali e il calice esile. Non lo tocco per il timore che le mie dita possano ridurlo in polvere. Considero commossa l’ombra gentile su un vecchio foglio di carta da lettere: il primo fiore della primavera di settantadue anni fa.

È la lettera di un ragazzo di 24 anni alla fidanzata. Lui sta a Parma, lei è a Napoli, entrambi non lo sanno ma fra poco più di sei mesi scoppierà la guerra in Europa. Lui scrive che non riesce a stare un giorno senza pensare a lei, e in un pomeriggio di fine inverno va a cercare un fiore da mettere nella busta. Dalla terra nera, dove l’ultima neve si è sciolta, coglie il bucaneve. Il ragazzo scrive che vuole andare a trovare la fidanzata: ma Parma e Napoli sono così lontane. Lui però sogna, progetta: «Basterebbe recuperare certi tagliandi del Guf (la Gioventù universitaria fascista) che danno modo di avere un fortissimo sconto; basterà dire a casa che domenica si va a sciare e bisogna partire presto, perché la gita è lunga; basta, infine, che tu dica sì». Ma Napoli in questo grigio febbraio padano dista come un altro pianeta. Il ragazzo cammina, cammina, e si trova a costeggiare il cimitero, ed entra. È ben triste, un cimitero in un pomeriggio di fine inverno, quando già alle quattro il sole cala. Scrive: «Ci pensi, Anna, che fra ottant’anni, forse cinquanta, forse tra meno, nessuno si ricorderà di noi? Saremo semplicemente schedati in un camposanto, cogli altri».

E qui proprio ti sbagli, papà. Sono passati settantadue anni da quel giorno del ’39, e io sto leggendo questa tua lettera alla mia futura madre; e mi sembra di essere con te alla periferia di Parma sotto a un cielo grigio, cercando viole che non ci sono ancora, da mandare a una a cui vuoi bene. Ti sbagli, perché le righe di questa carta ingiallita mi restituiscono i vent’anni di uno così simile ai miei figli, adesso; e a come ero io, quasi trent’anni fa. Ti sbagli, mio padre ragazzo del 1939, ignaro del cielo di piombo che incombeva su di voi: io oggi, 2 luglio 2011, ho assolutamente vivo il ricordo di te e di Annamaria, mia madre. E anzi mi pare, leggendo queste righe, di stare parlando con voi due; ma quasi con tenerezza materna, come se oggi la madre fossi io, e voi due ragazzini.

Di questa lettera antica una cosa mi riconosco nel sangue: l’ansia di una felicità per sempre, di un amore più forte di quelle pietre, al cimitero. Quella domanda oggi negata, che però abbiamo stampata addosso; tenace come l’impronta bruna sulla carta di un bucaneve, il primo, della primavera di settantadue anni fa.

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