Il mondo a testa in giù

E adesso perché quel gioco infantile torna così insistente, e si accosta tenace all’ultimo sorriso di un amico andato via all’improvviso? Sembra che una parte di me mi suggerisca di guardare la realtà da un’altra visuale

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Nei giorni del gran caldo incontro nell’ascensore del giornale un collega. Come si usa fare in quegli istanti di leggero imbarazzo in cui ci si trova faccia a faccia mentre l’ascensore lentamente deglutisce i piani, parliamo del tempo. Dell’afa che schiaccia e incolla Milano, quando credevamo che l’estate fosse finita. Il mio collega, un ragazzo grande e grosso, mite, sorride: «Passerà», dice. Poi la porta metallica si chiude su quel suo sorriso da buono. Il mattino dopo mi dicono che quel collega è morto d’improvviso, nella notte. E ora continua a ritornarmi in mente la sua faccia gentile, mentre la porta d’acciaio si chiude; mi torna in mente quel sorriso timido, e sono sbalordita di quel suo essere morto così, in un istante, rapito da un’imperiosa sconosciuta.

Ma stranamente, parallelo a questa immagine, torna e ritorna nei miei pensieri un altro ricordo, senza alcuna logica apparente. È un gioco fatto da bambina, quando in un pomeriggio annoiato, sdraiata sul divano, avevo provato a guardare il mondo capovolto. Con la testa all’ingiù, i capelli che sfioravano il tappeto, ho visto il soffitto bianco diventare il pavimento di una bizzarra stanza: vuota, senza alcun arredo, ma sovrastata invece da un affollato soffitto da cui irragionevolmente pendevano librerie, e poltrone alla rovescia. Guardavo affascinata quel mondo capovolto, pensando: non è irreale ciò che vedo, è invece la stessa realtà, ma vista da una diversa angolazione.

E adesso perché quel gioco infantile torna così insistente, e si accosta tenace all’ultimo sorriso di un amico andato via all’improvviso? Sembra che una parte di me mi suggerisca di guardare ancora la realtà, da un’altra prospettiva. Guardiamo alla morte, noi ormai quasi naturaliter pagani, con un beneducato orrore. Ci diciamo, sì, la domenica, che risorgeremo, e che la vita vera è quella eterna; però cerchiamo di non nominare la morte, di non pensarci, e quando proprio ci passa accanto ne restiamo annichiliti. E se fosse, invece, vera la realtà capovolta? Se davvero, come insegnano i santi, il morire fosse un nascere a una vita eterna – un ritornare felice? Immaginare audacemente un mondo alla rovescia, come nel gioco a testa in giù da bambina: un mondo dove alla morte non s’accompagna il lutto, il nero e l’angoscia del dissolvimento, ma invece si è così certi di una nuova vita, da appendere alle porte delle case di chi muore quei fiocchi rosa o azzurri che annunciano un nuovo bambino. Se questa – così apparentemente folle – fosse la prospettiva vera?

Rimastico e rimugino quell’ultimo sorriso in ascensore e il mio gioco lontano; chi, poi, me li avvicina, me li accosta così cocciutamente nei pensieri? «Rovescia ciò che appare, osserva con uno sguardo capovolto. Vedi? Quello che sembra fine, è l’inizio. Non c’è da avere paura». (Chissà poi chi sussurra, e preme, con questi suggerimenti. Allo specchio dell’ingresso di casa mi guardo, pensierosa. Sono, naturalmente, sola. Non appena esco e scendo per le scale, ritornano: il sorriso sull’ascensore e il gioco del cielo capovolto. Quello che sembra fine è una nascita, insiste chissà quale parte di me, clandestina).

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