Il mondo detesta i “difettosi” come Caterina Simonsen. Ma senza i “difetti” l’uomo si sarebbe già estinto

Oltre che su Facebook, tv e giornali, il morbo nazimalista è arrivato anche alla radio. È bastato seguire l’intervento di un’ascoltatrice, trasmesso da La Zanzara su Radio24, per farmi perdere la pace.

Riporto il discorso della signora Bruna in merito alla vicenda di Caterina Simonsen:

«Per quanto riguarda quella povera ragazza, non me ne frega niente neanche di lei perché se una persona nasce difettosa, è giusto che muoia perché deve far soffrire altri essere viventi. Prendiamo gli esempi dagli animali, un animale difettoso la madre lo lascia morire. Noi invece dobbiamo far soffrire altri esseri viventi per salvare un resto umano, che tanto poi deve schiattare lo stesso, capisce?»

Sono le parole testuali, da lei scandite con rabbia e vigore. Fanno rabbrividire, ma anche riflettere: non sarà forse che certe persone non sono più mosse dall’amore per gli animali, ma dall’odio per l’Uomo?

Eppure ho imparato, studiando, che i “difetti”, le mutazioni genetiche, sono una cosa bellissima. Anzi, sono la cosa che ci ha permesso di evolvere dal brodo primordiale a quello che siamo oggi. Gli errori e gli scambi di Dna che avvengono naturalmente nelle nostre cellule, e nelle cellule di tutti gli esseri viventi: mutazione dopo mutazione, passettino dopo passettino, hanno permesso di creare una variabilità immensa che è la vera ricchezza del mondo.

La biodiversità non è solo una “cosa delle piante” da osannare quando si combatte l’agricoltura intensiva. La biodiversità, anche nell’uomo, è quella cosa che ci salva, ad esempio, quando arriva una malattia infettiva: molti non hanno scampo, ma alcuni sono “per caso” più resistenti, e portano avanti la specie. Come non citare l’anemia mediterranea, che è dannosissima, ma se portata nel Dna dà resistenza alla malaria.

Chissà che, un giorno, uno dei “difetti” genetici di Caterina non ci salvi tutti. Si fidi, cara signora Bruna: se fossimo tutti uguali e tutti perfetti, a quest’ora, saremmo tutti spacciati.

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