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Il grande Assente fra i grattacieli di Porta Nuova

aprile 19, 2018 Rodolfo Casadei

Siamo già entrati nella terza settimana del tempo pasquale, ma il pensiero mio corre spesso a un’esperienza fatta durante la Settimana Santa: la Via Crucis che da cinque anni a questa parte organizzano in pieno Centro Direzionale di Milano alcuni lavoratori di Zona Garibaldi insieme ai francescani del Commissariato di Terra Santa di Lombardia. Il Centro Direzionale è il quartiere compreso fra la Stazione Centrale e la Stazione Garibaldi, completamente trasformato a partire dal 2005 grazie al Progetto di riqualificazione urbana Porta Nuova. La processione della Via Cricis si snoda fra il Bosco Verticale, cioè la famosa coppia di palazzi residenziali alberati opera dello Studio Boeri, e la sopraelevata piazza Gae Aulenti, all’ombra della Torre Unicredit, il più alto grattacielo d’Italia coi suoi 231 metri guglia compresa. Il Venerdì Santo 30 marzo a ricordare la Passione di Cristo fra i palazzi in ferro vetro e gli incipienti Giardini di Porta Nuova c’erano almeno 300 persone. A più di una che come me si trovava lì per la prima volta ho sentito dire alla fine ad alta voce agli organizzatori quello che anch’io dentro di me pensavo: «Bellissima idea fare qui la Via Crucis, abbiamo portato la Croce nel luogo più antitetico al cristianesimo che ci sia a Milano». Molti facevano il paragone con la Via Crucis che il Venerdì Santo Comunione e Liberazione organizza sul ponte di Brooklyn a New York da 23 anni a questa parte. Ma quella, molto più impegnativa in termini di orario (comincia alle 10 di mattina e si conclude all’1.30 del pomeriggio, mentre quella di Milano dura un’oretta) parte da una chiesa (St. James Cathedral) e si conclude presso un’altra (St. Peter’s).

Il nuovo Centro Direzionale di Milano invece brilla per l’assenza di luoghi di culto: l’unica struttura esistente di tutta la vasta zona compresa fra il quartiere Isola e Zona Garibaldi se ne sta appartata in via Sebenico, ed è la parrocchia del Sacro Volto di Gesù, la cui chiesa fu costruita nel 1934 a coronamento dell’Anno Santo straordinario indetto da Pio XI nel 1933. Per trovare altro bisogna spingersi a ovest fino al Cimitero monumentale, nei cui pressi sorge il convento francescano di Sant’Antonio da Padova, a est fino alla parrocchia di San Gioachimo, poco lontano dal Palazzo Pirelli. La chiesa del Sacro Volto meriterebbe maggiore attenzione anche da parte di chi non è parrocchiano per il semplice motivo che vi è sepolto don Eugenio Bussa, il primo parroco, uno dei sacerdoti milanesi più amati per la passione per l’educazione dei giovani più poveri e per il coraggio di cui diede prova negli anni della guerra nascondendo perseguitati politici, bambini ebrei e giovani che altrimenti sarebbero stati chiamati alle armi nella Repubblica Sociale; finita la guerra cercò di salvare i fascisti – che lo avevano arrestato nel 1944 – dalle esecuzioni sommarie. Il suo nome figura fra i Giusti delle Nazioni riconosciuti dallo Yad Vashem.

Ma non è principalmente per la rarità di chiese che il Centro Direzionale di Milano trasmette l’impressione di uno spazio dal quale Dio è stato allontanato. E nemmeno per il fatto che la guglia della Torre Unicredit («simbolo di una città che cambia», si premura di informarci il sito internet di Unicredit) svetta molto più alta di quella che ospita la Madonnina sopra il Duomo di Milano: il decreto comunale degli anni Trenta che disponeva che nessun edificio milanese potesse essere più alto della statua della Vergine Maria è già stato trasgredito una prima volta nel 1961, quando venne edificato il Palazzo Pirelli, e poi nuovamente col principale grattacielo del Palazzo Lombardia, la nuova sede della Regione inaugurata nel 2010. Il primo coi suoi 127,1 metri e il secondo con 161 metri hanno superato i 108,5 metri della guglia della Madonnina. Alle due “infrazioni” fu posto riparo collocando piccole riproduzioni (inferiori al metro) della Vergine sul punto più alto dei due palazzi. Quello che il cardinal Montini fece fare per il Palazzo Pirelli e il cardinal Tettamanzi ha fatto per il nuovo palazzo della Regione non è ancora stato fatto per quanto riguarda la Torre Unicredit. E non è facile immaginare che possa ripetersi.

Tuttavia lo straniamento che si prova partecipando a una Via Crucis all’ombra del grattacielo progettato da César Pelli ha altri motivi. Si spiega meglio con le parole che Fabrice Hadjadj usò quasi un paio di anni fa su Avvenire per descrivere il senso delle opere progettate a Chicago di Ludwig Mies van der Rohe, uno dei padri del modernismo in architettura:

«”L’architettura – dice Mies – non è spaghetti (cioè Art déco) né bunker (cioè brutale), ma è sempre volontà di un’epoca tradotta in spazio”. L’habitat non è pensato in termini di cultura, né di adattamento a un dato ordine cosmico. È essenzialmente volontarista. E quale volontà traduce il grattacielo eretto come un campanile senza cattedrale? Chiederselo è superfluo. Con ogni evidenza esso traduce il culto della volontà stessa, l’energia del self-made-man, la gloria di chi non ha antecedenti e pretende di essere solo figlio delle proprie opere. Non serve sapere bene l’inglese per leggere questa immensa linea di “i” maiuscole: I, I, I, “Io! Io! Io!”. Ecco cosa grida alto e forte il silenzio di questa architettura, così che le persone reali sono soltanto formicuzze che brulicano attraverso quegli Io eretti in modo gigantesco. Certo, Mies non ama il cemento: vuole che i suoi colossi siano aerei, umili, accoglienti, che non impongano forme massicce o narrative, ma che spariscano come gli specchi che allargano una stanza. E nonostante ciò, essi si strappano dalla terra e pretendono di elevarsi al di sopra della storia. Highways e high-rises (autostrade e grattacieli – ndt) segnano l’avvento di coloro che si agitano in un commercio senza memoria e sognano un mondo auto-costruito».

Da che mondo è mondo l’uomo ha innalzato torri o tetti conici o edifici che si sollevano come montagne verso il cielo per dare espressione simbolica alla vocazione al divino iscritta nell’umano: il divino è collocato in alto, oltre il cielo astronomico, ed è quella la direzione verso cui lo spirito si muove, attirato irresistibilmente. Quando l’edificio non è uno ziggurat mesopotamico o una piramide mesoamericana (che ricordano una montagna sacra), ma un campanile o un minareto, a garantire che non si tratta di opere con funzione militare o di tracotanza umana come la torre di Babele ma di un legittimo anelito al divino, c’è al loro fianco una chiesa o una moschea. Non è più così dalla fine del XIX secolo, quando la verticalità delle costruzioni ha smesso di avere funzioni militari o valenze religiose, come era stato fino ad allora, ed è diventata pura espressione di potenza umana. Come suggerisce Hadjadj, l’imponenza dello slancio non rimanda a Dio, ma a Io, la nuova divinità.

Non c’è più Dio ma non c’è nemmeno più l’uomo come lo abbiamo conosciuto fino a ieri: anima incarnata, essere culturale e storico. Quello che giganteggia nei grattacieli è un Io assoluto, senza storia, senza memoria, pura volontà. Disincarnato e privo di riferimenti culturali. Non per nulla a partire dagli anni Trenta del secolo scorso il Movimento Moderno in architettura, che già esisteva da alcuni decenni, ha coniato per sé la definizione di Stile Internazionale. Cioè stile di ogni luogo e di nessun luogo, di edifici che potrebbero essere trasportati da un posto all’altro del globo senza nessun problema di contesto e di continuità storica. La carne e la cultura rimandano alle decorazioni, agli stili, alle rappresentazioni dei bassorilievi e delle ceramiche poste sulle superfici, alle statue e ai fregi. Il modernismo architettonico di Porta Nuova e in particolare della Torre Unicredit invece ci offre vetrate tutte uguali che riflettono il cielo, forme geometriche perfettamente integre perché totalmente astratte, superfici senza bordi che sprofondano nel vuoto. L’edificio ha personalità, il Progetto in cui si inserisce è coerente e articolato, ma non ha nulla di milanese, nulla di italiano, nulla che rimandi a un’identità o a una memoria. L’unico senso che gli architetti hanno dato ai loro exploit è il risparmio energetico: questi edifici lussuosi che ospitano solo uffici o, nel caso dei palazzi del quartiere Isola, appartamenti i cui costi possono essere sostenuti solo da calciatori, cantanti e stilisti, sono prodotti di bioarchitettura, sono mostri ecosostenibili. La Torre Unicredit è stato il primo edificio in Italia ad ottenere la certificazione Leed Gold rilasciato dal Green Building Council degli Stati Uniti: rispetto agli standard tradizionali può vantare un 22,5 per cento di risparmio energetico, un 37,3 per cento di riduzione dell’utilizzo di acqua potabile.

La forza segreta dei materiali, capaci di limitare il consumo di energia o di sostenere centinaia di metri di costruzione senza ricorrere o quasi al cemento armato, prende il posto dell’espressività che ha a che fare con la vita dell’uomo e col suo anelito al divino. E questa è anche la critica che Roger Scruton fa al modernismo in architettura sin dal suo The Aesthetics of Architecture del 1979: lo accusa di essere tutto scienza e niente cultura, tutto leggi strutturali dei materiali e niente “mondo della vita”, quello delle intenzioni e dei significati umani. Un anno fa durante una lezione magistrale all’università di Princeton ha spiegato:

«Questi blocchi senza volto, ci viene detto, offrono un’esperienza dello spazio, del tempo e della forma appropriata al periodo che stiamo vivendo. Il loro è il vero stile moderno, e costruire in qualunque altro modo significa esser falsi nei riguardi delle leggi della storia, commettere un crimine contro il tempo. (…) Mi sono accorto che le teorie proposte per giustificare il modernismo non erano in realtà teorie intorno all’architettura. Erano state prese di peso da branche della matematica e della scienza, e applicate alla pratica della costruzione in base al semplice assunto che, siccome le teorie erano vere, dovevano esserlo anche con riferimento all’architettura. (…) Ho capito che ciò che è importante nell’architettura è ciò che appare, come oggetto di attenzione pubblicamente accessibile. Le teorie offerte dai modernisti erano modi per non tenere conto dell’apparenza a vantaggio di qualche essenza nascosta, rimuovendo così la cosa stessa dal quadro. Erano tentativi di “salvare le essenze”, e sono falliti precisamente perché stavano trattando una materia nella quale verità e apparenza coincidono. (…) È precisamente questo, mi pare, il grande errore del modernismo architettonico, cioè il fatto di descrivere l’architettura in termini di concetti scientifici che mirano all’essenza – la realtà nascosta dietro alla cosa che ci interessa. L’architettura è un’arte delle apparenze: i suoi materiali sono la luce e l’ombra, i bordi modellati, la grammatica del dettaglio che rende percepibile la proporzione, e il lavoro manuale che trasforma la morta pietra in spirito vivente. Rigettando queste cose come mere apparenze viene lacerata la Lebenswelt (il mondo della vita – ndr) senza rivelare nulla sotto di essa».

Anche il modernismo e le sue archistar però possono scendere a compromessi. Lo dimostra proprio la persona di César Pelli, l’architetto argentino naturalizzato statunitense che oltre che della Torre Unicredit è autore delle Petronas Towers di Kuala Lumpur, le quali per sei anni fra il 1998 e il 2004 furono i due edifici più alti del mondo. La pianta di ogni torre è disegnata secondo uno schema geometrico comune nell’architettura di tradizione islamica: il Rub el Hizb. Si tratta di due quadrati, simbolo del mondo materiale, ruotati e sovrapposti a formare una stella inscritta in un cerchio, simbolo della diffusione della religione islamica. Anche le facciate hanno richiami all’arte islamica, cioè all’arte espressa dalla religione di Stato della Malaysia. Non così la Torre Unicredit, la cui guglia a spirale non ha nulla a che fare con quelle del Duomo di Milano. Vale anche la pena ricordare che l’edificio più alto del mondo, la Burj Khalifa di Dubai (829 metri), fa sfoggio di sé sul territorio di una teocrazia islamica, gli Emirati Arabi Uniti, federazione governata in base alla sharia. Qui la pianta della torre si ispira semplicemente a un fiore molto popolare a Dubai, l’imenocallide. Ma il contesto politico-religioso in cui è inserita suggerisce un facile messaggio, che riprende le antiche simbologie e più o meno suona così: «I più vicini al Cielo, cioè a Dio, siamo noi, i musulmani». E quando ci si ricorda che non solo la Torre Unicredit, ma tutto il Progetto Porta Nuova dal 27 febbraio 2015 è al 100 per cento proprietà del Fondo d’investimento sovrano del Qatar, un pensiero si fa strada spontaneo nella mente.

Foto Ansa

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