Il gesto di don Ivan Martini

Tratto dal numero 23/2012 di Tempi

Lunedì 4 giugno. A Quartirolo, frazione di Carpi, stamattina era annunciato il funerale di don Ivan Martini, parroco di Santa Caterina a Rovereto sulla Secchia, morto mentre nella chiesa incrinata cercava di recuperare una Madonna cara alla sua gente. Avrei voluto esserci, al funerale di quel prete. Ho guardato a lungo la sua faccia, nelle foto. Un sorriso da buono. Rughe tracciate dal continuo incontro e scontro e abbraccio con la vita degli uomini, così come si affaccia a una canonica nella grande pianura. Dove d’estate l’afa soffoca il respiro, e d’inverno la nebbia confonde l’orizzonte, e trasfigura le cose. Dove la terra sembrava così mansueta.

La chiesa di Santa Caterina era piccola, di colore rosa. Mi immagino la pace della sua piazza, prima dell’urlo del terremoto, in questi giorni di primavera; l’ombra fresca delle navate, e il campanile dritto sopra le case, come di vedetta. Il pedalare lento della gente in bicicletta su questa terra piatta come un mare in bonaccia; e quei battenti di chiesa ogni mattina spalancati – porto, madre, in cui chiunque si poteva rifugiare. E, in canonica, per benedire chi nasce e chi muore, e per accogliere, c’era sempre quel prete; volto, per tutti, di misericordia. Perché tornare in una chiesa spezzata, sotto alle crepe nere e maligne delle volte, per una statua della Madonna? È che nei piccoli paesi, ancora, quelle Madonne in un altare laterale, lì da trecento anni, sono come persone. Sai che ci andava tua nonna ogni mattina, e già sua madre, prima. Quando c’era un figlio malato quella Madonna veniva implorata da tutta la famiglia.

Perfino il nonno miscredente, quasi di nascosto, scuro in volto, si affacciava, borbottando fra sé, fra i denti: «Se davvero tu esisti, ti prego, aiutaci». Ci sono una cinquantina di chilometri tra Rovereto sulla Secchia e i posti del don Camillo di Guareschi. Ma il gesto del prete che va a riprendere ciò che ha di più caro nella chiesa infranta sa di Mondo piccolo, del don Camillo che parla al Crocefisso come all’amico più caro; ora domandando, ora protestando, ora litigando, nel ribollio del sangue emiliano. Il sacerdote che muore sotto le macerie della chiesa, come somiglia al don Camillo che nell’alluvione resta, solo, a presidiare la sua pieve; a pregare sulla distesa opaca dell’acqua per dire alla sua gente: qui c’è la vostra casa, qui voi tornerete. Preti così sono Chiesa incarnata, sono il volto caro e oscuro dietro cui il nostro Dio ama abitare.

E dunque avrei voluto essere a Quartirolo a salutare don Ivan, stamane. Accanto al dolore dei suoi amici, che, lo so, era percorso tuttavia da una certezza, quasi da una fierezza: questa fine, questo corpo inerte sono solo, della morte, l’arrogante apparenza. Ben altra, e infinita è la promessa; così che si è certi di rivedersi, come del grano che qui matura a giugno, alto, del colore dell’oro. Anche se sembravano così annientati i campi, a novembre; e assurdo, o quasi folle, su quelle zolle nere e gelate attendere una resurrezione.

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