Il fanatismo cresce quando la religione è senza Dio

Bandiera nera dell'Isis a Kobane

Settimana scorsa il teologo post-cristiano Vito Mancuso ha definito “imbarazzante” l’iniziativa del Papa di implorare da Dio attraverso la preghiera la fine della pandemia da coronavirus, considerato che Dio, se ci teneva, con la sua onnipotenza avrebbe già potuto farlo di sua iniziativa da parecchio tempo. Ma a me sembra più imbarazzante questa idea di un Dio intrattabile, al quale non ci si deve rivolgere con richieste particolari che inevitabilmente susciterebbero la sua riprovazione: «Ma come ti permetti? Sono Dio! Se le cose stanno così c’è una ragione. Piuttosto datti da fare con vaccini, antinfiammatori e anticorpi monoclonali». Giustamente Vito Mancuso si definisce teologo post-cristiano: Gesù Cristo ha invitato i suoi seguaci a chiedere a Dio Padre addirittura il pane quotidiano; il Dio di Mancuso alle invocazioni che gli oranti pronunciano nel Padre Nostro risponderebbe: «Coltivate la terra che avete sotto i piedi, e non avrete bisogno che il pane ve lo dia Io».

Siamo tutti d’accordo che il cuore della preghiera non sta nelle richieste che si può desiderare di fare a Dio, ma nel rapporto personale che si instaura fra l’io umano e il Tu divino, nel dialogo interiore con Lui che alimenta l’amore dell’uomo per Dio e per le sue creature e la gratitudine per il dono dell’essere. Ma a qualcuno che si ama, e da cui ci si sa amati, viene naturale fare richieste: è proprio il fatto dell’amore che facilita il domandare.

Naturalmente le richieste che si fanno a coloro a cui siamo legati da vincoli di amore non sono della stessa natura della richiesta che si fa al barista di prepararci un caffè: dai primi siamo disponibili ad accettare, pur con dolore, il mancato esaudimento di un nostro desiderio; mentre nel caso di un diniego da parte del barista proveremo semplicemente indignazione per la sua maleducazione. Sta di fatto che a me il Dio inavvicinabile di Mancuso ricorda un po’ il Dio dei terroristi, quelli che compiono stragi e immolano se stessi al grido di “Dio è grande!”.

Anche il loro Dio è inaccessibile, come spiega bene un illuminante libretto (Fanatismo! – Quando la religione è senza Dio, Emi 2021) del domenicano Adrien Candiard che vive e studia al Cairo. Molti pensano, con Voltaire, che il fanatismo sia il prodotto di un eccesso di religione, mentre in realtà dipende dall’assenza di un rapporto personale con Dio e di una conoscenza di Lui che sia insieme razionale e affettiva. Un’assenza di rapporto che negli estremisti islamici, spiega il domenicano francese, ha basi teologiche: è insufficiente spiegare la loro violenza religiosamente motivata su basi semplicemente sociologiche (la povertà) o psicologiche (l’emarginazione), come pensano la maggioranza degli intellettuali e dei commentatori occidentali per timore di essere accusati di islamofobia.

Il terrorismo jihadista si rifà a una particolare corrente teologica, quella hanbalita, che considera Dio inconoscibile: l’essere umano non può entrare in relazione con Dio, perché Egli è totalmente trascendente; ma può conoscerne la volontà, poiché l’ha resa nota attraverso il Corano. Dunque non è possibile conoscere Dio, amarlo, diventarne amici, fare esperienza della sua presenza: tutto ciò che può fare chi intende onorare Dio è fare la sua volontà. E se nel Corano c’è scritto «Combattete coloro che non credono in Allah…che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati» (9.29), e c’è pure scritto «O voi che credete! Non abbiate amici tra gli Ebrei ed i Cristiani» (5.51.11), il vero credente è tenuto ad applicare tali comandamenti alla lettera.

Perché gli hanbaliti e i loro eredi contemporanei, i salafiti, non cercano di storicizzare, di contestualizzare queste espressioni? Di collocarle in una cornice simbolica, di interpretarle in un modo che non sia letteralista? Perché le assolutizzano? La risposta di padre Candiard è che quando la relazione personale con Dio risulta impossibile, fatalmente un idolo prende il suo posto: i comandamenti non sono più trattati come Parola di Dio, ma come idoli che chiedono ogni tipo di sacrificio, anche di sangue. Il cuore dell’uomo è fatto per amare, e massimamente per amare Chi è all’origine di ogni cosa, ma se la dedizione senza limiti che è caratteristica di un grande amore è frustrata dalla inconoscibilità razionale e affettiva di Chi si vorrebbe amare, inevitabilmente tale dedizione si riversa su un particolare che prende il posto di Dio. Sorge così il fanatismo religioso.

Il Dio ininterpellabile di Mancuso spinge inevitabilmente gli esseri umani sulla stessa strada fanatica dei terroristi islamisti. Come si può amare un Dio scorbutico, che non tollera richieste di nessun tipo? Che non consente agli umani di manifestare la propria umanità, cioè di manifestarsi bisognosi? Se è censurata la dimensione della preghiera di domanda a Dio, e per ogni suo bisogno l’uomo è rimandato all’opera delle sue mani, inevitabilmente sarà su quella che l’uomo concentrerà la passionalità e la dedizione sconfinata che sono nella sua natura. L’agire umano diventerà il suo idolo, e l’uomo diventerà un fanatico cultore del suo proprio agire.

Nel contesto della pandemia da coronavirus, il fanatismo si manifesta nell’atteggiamento scientista, che si aspetta la salvezza dalla scienza medica, e assolutizza ogni tentativo terapeutico trasformandolo in un imperativo sociale e politico. La vera scienza esige un soggetto consapevole della limitatezza dei suoi mezzi, che rimandano all’ignoranza, alla fallibilità, al limite umano. Konrad Popper è morto solo un quarto di secolo fa ed è ancora citato e onorato, ma il suo razionalismo critico, che evidenziava la natura congetturale e fallibile della scienza, è stato accuratamente accantonato, perché scomodo sia per gli scienziati che per chi governa: lo scientismo è perfetto come ideologia che consente agli uni e agli altri di esercitare un «dominio pieno e incontrollato», come avrebbe commentato un Aldo Moro redivivo.

Nel suo tentativo di trascinare in una polemica sulla teodicea (il problema del rapporto fra la bontà e onnipotenza di Dio e l’esistenza del male) mons. Massimo Camisasca, preso di mira perché commentando la circostanza della pandemia ha scritto ai fedeli della sua diocesi che Dio non è l’origine di alcun male, ma «in questo mondo imperfetto, segnato dal peccato e dalla morte, Dio si serve del male per la nostra conversione, per richiamarci a ciò che è essenziale, a ciò che resta, alla vita che non finisce», Vito Mancuso ha completamente snobbato la parte dell’intervento del vescovo che metteva in guardia dallo scientismo, giudicandola “una tesi di tipo sociologico”. Si tratta invece di una questione pienamente teologica, in quanto chiama in causa il tema dell’idolatria.

E con esso il fanatismo religioso, di cui il jihadismo e lo scientismo sono due versioni, la prima teistica e la seconda ateistica: nel primo caso si staccano i comandamenti di Dio dalla sua persona, e si assolutizzano i primi; nel secondo caso si crea una barriera fra i bisogni umani e l’amore divino, e perciò si assolutizza l’agire umano. Bisogna temere l’uno e l’altro, e bisogna temere chi vuole irregimentare la preghiera dell’uomo angosciato di fronte al male.

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