Il confine nascosto della laguna

Chioggia è una terra sospesa in cui l’uomo non è padrone

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Chioggia, 13 maggio. Sulle banchine vicino al ponte di Vigo piove a dirotto. Un’acqua sferzante lucida il selciato di pietra chiara come uno specchio, e corre giù dagli scalini del ponte; infine scivola a rivoli nella laguna, acqua ansiosa di tornare nel mare. Un odore di salmastro impregna l’aria bagnata, e resta addosso. È il fiato della laguna questo odore che emana dai pescherecci attraccati ai moli, dondolanti allo sciabordio dell’acqua. E sotto al cielo basso all’orizzonte la linea del mare si confonde con le nuvole: livide e opache entrambe, come la pioggia battente. Fra cielo e acqua, Chioggia oggi è una lingua di terra evanescente, terra sospesa, terra di nessuno di cui l’uomo non è padrone. Oltre Sottomarina il basamento della diga del Mose, appena affiorante dall’acqua ma massiccio, dice di una lotta antica, tra Venezia e Chioggia: difendere la terra, e le case aggrappate, dal mare intorno, immenso. Escono dal porto, nel tardo pomeriggio, rari pescherecci, caracollando all’orizzonte sull’acqua color piombo; e ti sembra che vadano a perdersi verso uno sconosciuto destino.

 

In città, deserte le calli; dimenticato ad asciugare su un balcone un bucato
fradicio pende pesante e immobile. Gli occhi di un gatto anfrattato nella finestrella
di una cantina sono il bagliore giallo di un attimo, nell’universo d’acqua e pietra grigia, che ti resta negli occhi; come il blu vertiginoso delle viole davanti a un altare alla Madonna, in un vicolo. Nelle calli vuote incroci soltanto, sotto a un portico, due ragazzi che contro a un muro si baciano – e piovesse giù anche il mondo non ci farebbero caso. Che bella Chioggia, così intrisa di questa pioggia di maggio. Ma cos’è, l’odore del salmastro o quella fila di pescherecci abbandonati lungo il molo, che ti dà una sottile inquietudine, come il senso di una frontiera invisibile, o di una indicibile attesa? (La voglia di un bar, di una tabaccheria calda, dove vecchi avventori gettino ridendo le carte sul tavolo di formica, davanti a un bianchino; e i cartelli dell’enalotto promettano di diventare milionari, e la tv accesa ripeta le sue parole uguali; voglia di terra, di un orizzonte terrestre, come smarriti dalla linea sterminata, fuori, della laguna).

 

Poi, di nuovo ti cattura il silenzio dei canali. Una piccola austera Venezia vergine, sporta sul mare come una ragazza affacciata a un balcone. Ma cos’è davvero l’attesa che avverti, e quale frontiera corre tra le calli e i moli? Il mattino dopo parti all’alba. La Romea è ancora vuota. La prima terra compare piatta e fangosa tra le ultime lanche d’acqua, e riscompare in un vapore di nebbia. Fra la terra e il mare, ambiguo, evanescente, eccolo, il confine nascosto della laguna. In bilico, sospeso tra un aldiqua e un aldilà ignoto. Qualcosa che ti somiglia. Così che devi fermarti e guardare: e ti seduce e ti incanta quell’orizzonte infinito.

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