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Il compito che ci aspetta dopo il 4 marzo

febbraio 24, 2018 Rodolfo Casadei

Per una coincidenza davvero bizzarra anche quest’anno, come già nel 2013, non potrò recarmi alle urne per le elezioni politiche e regionali perché mi troverò all’estero per un reportage. Cinque anni fa, quando il Pd di Bersani non riusciva a spuntarla e cominciava il declino della sua segreteria, mi trovavo a Damasco, e la preoccupazione per l’incolumità fisica eclissava quella per la governabilità italiana. Anche stavolta mi troverò in un paese arabo, decisamente più tranquillo della tragica Siria, ma su questo adesso non voglio anticipare niente.

Non potrò votare, ma a quanti mi chiedono cosa avrei votato rispondo: sicuramente centrodestra, probabilmente Noi per l’Italia o forse Forza Italia. Non ho avuto bisogno di approfondire, perché ai seggi non potrò presentarmi. Agli amici che si confrontano con me sulla questione delle elezioni dico di considerare quali candidati del centrodestra verrebbero eletti nel loro collegio se votano un partito piuttosto che un altro, e di decidere di conseguenza. Dico anche che ci aspettano tempi duri, per le ragioni che ho illustrato in un articolo scritto per il numero di febbraio di Tempi: il 2018 e gli anni successivi vedranno un rialzo dei tassi di interesse americani ed europei, la progressiva conclusione degli acquisti dei titoli del debito pubblico da parte della Bce, l’aumento del prezzo del petrolio, probabili exploit protezionistici da parte dell’amministrazione Trump e un probabile rallentamento dell’economia cinese. Tutte iatture per un’economia come quella italiana, fortemente orientata alle esportazioni, gravata da un alto debito pubblico, da un tasso di cambio sfavorevole e da una mancata autosufficienza energetica. Il governo uscente di centrosinistra che si gloria di avere portato il paese a una crescita del Pil dell’1,4 per cento quest’anno dovrebbe invece andare a nascondersi: non ha saputo approfittare di una congiuntura irripetibile come quella che ha visto tassi di interesse del debito bassissimi e prezzo del petrolio ai minimi dall’inizio del secolo. Anzi: i governi successivi a quello dimissionario di Berlusconi nel novembre 2011 hanno accumulato altri 352 miliardi di euro di debito pubblico. Chi governerà l’Italia dopo il 4 marzo, incontrerà difficoltà molto più grandi di quelle che hanno incontrato i suoi predecessori.

Come ha scritto Robi Ronza su tempi.it, bisogna sperare in una vittoria del centrodestra che consenta l’autosufficienza della sua maggioranza parlamentare, perché diversamente si rischiano governi di larghe intese eterodiretti da Angela Merkel e da Confindustria, che ci costringerebbero a indebitarci ulteriormente per tenerci legati al carro tedesco e a spremere le tasche dei cittadini là dove banche e prestatori vari nordeuropei non trovassero la loro convenienza. La situazione è veramente difficile, i margini di manovra quasi inesistenti, e chi se ne rende conto cerca di conciliare i toni da campagna elettorale con la necessità di tirare veramente fuori il coniglio dal cilindro per salvare la nave che sembra sul punto di naufragare. Il progetto berlusconiano di introdurre una flat tax per rilanciare investimenti e consumi, quindi far impennare il Pil, assomiglia alla mossa di quegli allenatori di calcio che mettono in campo tre attaccanti nell’ultima mezz’ora di gioco per tentare di ribaltare un risultato sfavorevole. Non proprio la mossa della disperazione, ma quasi.

Mettiamoci dunque il cuore in pace: il prossimo o i prossimi governi non potranno fare miracoli sul piano economico, al massimo coi nostri voti possiamo cercare di fare in modo che non siano troppo subalterni ad interessi stranieri fatti passare per interessi dell’integrazione europea.

Alle elezioni però entrano in gioco anche altre questioni diverse dall’economia. In un testo preparato insieme ad alcuni amici per un desiderio di giudizio comune in vista del voto, abbiamo biasimato il governo uscente per alcune politiche economiche e per il tentativo di far passare una riforma centralista della Costituzione, ma anche per gli attentati contro la vita e la famiglia che ha portato a effetto e per quelli che alcune delle sue componenti – più alcuni partiti d’opposizione come i Cinque Stelle e Liberi e Uguali – si prefiggono di compiere nella prossima legislatura. Mi riferisco a divorzio veloce, unioni civili, Dat a sfondo eutanasico, liberalizzazione della pillola del giorno dopo; e in prospettiva a eutanasia attiva, legalizzazione della cannabis, adozioni per coppie dello stesso sesso, maternità surrogata. In Lombardia il Pd presenta un candidato, Giorgio Gori, che i cattolici dovrebbero preferire al candidato leghista del centrodestra Attilio Fontana, il quale Gori nel suo programma biasima l’esistenza di troppi medici obiettori di coscienza nella regione e si ripromette di aumentare il numero degli aborti chirurgici e farmacologici. Secondo un numero crescente di amici questi temi dovrebbero essere considerati secondari, perché è concretamente impossibile evitare che si tramutino in leggi permissive, a causa della mutazione antropologica intervenuta nel mondo occidentale e che ha raggiunto l’Italia. Meglio favorire il dialogo fra le forze politiche in vista del bene comune. Già, ma ci sono alcuni problemini.

Il primo è che il potere politico condiziona eccome le mutazioni antropologiche. Date un’occhiata ai coreani: stessa etnia, stessa cultura, stesse tradizioni ma 65 anni di comunismo nel nord e di capitalismo nel sud hanno prodotto due tipi umani molto differenti. Cuba, unico paese comunista per più di mezzo secolo in America latina, ha un tasso di divorzio molto più alto di tutti gli altri paesi; ha la mortalità infantile più bassa ma anche il tasso di natalità più basso del continente. Fra i 10 paesi del mondo che presentano i tassi di divorzio più alti, 7 sono comunisti o ex comunisti. E altri esempi sull’influenza della politica sui costumi si potrebbero fare. Chi ha il potere politico condiziona le politiche dell’educazione, controlla le scuole, influenza la televisione, ha gli strumenti per premiare alcuni comportamenti e penalizzarne altri. Chi dice che il controllo sul potere politico non ha nulla a che fare con le mutazioni antropologiche, o è stupido, o è complice.

Il secondo problema è che le leggi contro la vita e contro la famiglia vanno contro il bene comune; o se vogliamo dirla in maniera più relativistica: in una società pluralista il richiamo al bene comune è vuoto, perché ci sono modi diversi di intendere il bene comune. Ma noi che relativisti non siamo diciamo che alle leggi contrarie al bene comune ci si deve opporre, prima che vengano approvate e dopo che sono state approvate. «Fondamentalisti!», urla il cattolico “adulto”. Ma se sono fondamentalista io, è fondamentalista anche san Giovanni Paolo II che nell’enciclica Evangelium Vitae scrive:

«Le leggi che autorizzano e favoriscono l’aborto e l’eutanasia si pongono dunque radicalmente non solo contro il bene del singolo, ma anche contro il bene comune e, pertanto, sono del tutto prive di autentica validità giuridica. Il misconoscimento del diritto alla vita, infatti, proprio perché porta a sopprimere la persona per il cui servizio la società ha motivo di esistere, è ciò che si contrappone più frontalmente e irreparabilmente alla possibilità di realizzare il bene comune. Ne segue che, quando una legge civile legittima l’aborto o l’eutanasia cessa, per ciò stesso, di essere una vera legge civile, moralmente obbligante». (EV, n. 72)

A questo punto potete immaginarvi che si alza un altro cattolico adulto per dire: «Ma in vent’anni il contesto è molto cambiato! Giovanni Paolo II era troppo conservatore già ai suoi tempi, figuriamoci oggi. Bisogna tornare allo spirito di apertura del Concilio Vaticano II!». Sono d’accordissimo: bisogna tornare allo spirito del Concilio, in particolare allo spirito del papa che lo volle, quel Giovanni XXIII che papa Francesco ha stabilito che fosse canonizzato lo stesso giorno della canonizzazione di Giovanni Paolo II per sottolineare la continuità fra quei due papi. Ha scritto Giovanni XXIII nella sua Pacem in Terris:

«L’autorità, come si è detto, è postulata dall’ordine morale e deriva da Dio. Qualora pertanto le sue leggi o autorizzazioni siano in contrasto con quell’ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio, esse non hanno forza di obbligare la coscienza, poiché “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”; (At 5,29) in tal caso, anzi, l’autorità cessa di essere tale e degenera in sopruso. La legge umana in tanto è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la si denomina legge iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene piuttosto un atto di violenza».

Sulle orme di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII, è giusto e necessario opporsi alle leggi e ai tentativi di approvare leggi che contraddicono il bene comune. E anche qualcosa di più: i due papi santi invitano a una vera e propria disobbedienza civile, quando dichiarano apertis verbis che quelle leggi non devono nemmeno essere considerate tali. Questa mi pare una buona introduzione al terzo problema che la posizione irenista, quella che dice “non guardiamo a ciò che ci divide ma uniamoci nel servizio al bene comune”, sembra non voler riconoscere. Come scrive il filosofo polacco Ryszard Legutko su Tempi di febbraio, sintetizzando la tesi esposta nel suo libro The Demon in Democracy – Totalitarian Temptations in Free Societies, da qualche tempo i sistemi politici liberaldemocratici che dalla fine della Seconda Guerra mondiale reggono i paesi occidentali si sono avviati lungo una china totalitaria che assomiglia a quella sperimentata dagli europei che hanno vissuto nei paesi dell’Est al tempo del comunismo. Come i sistemi totalitari, le liberaldemocrazie oggi interferiscono pesantemente nella vita privata delle persone, imponendo il modo in cui si deve parlare, il modo in cui devono essere educati i figli, quel che si deve pensare a proposito di famiglia, orientamento sessuale, educazione sessuale, rapporti fra uomo e donna, i confini dentro a cui deve restare la fede religiosa delle persone, e molte altre cose ancora. Chi non si adegua viene stigmatizzato ed emarginato.

«Negli ultimi decenni all’interno delle società liberal-democratiche», scrive Legutko, «si sono avuti sviluppi comparabili a quelli delle società comuniste. Il concetto di correttezza ideologica è stato fatto risorgere e gli si è data un’importanza tremenda. Le corti di giustizia, le università, i poteri legislativi e altre istituzioni hanno unito le loro forze per stringere la vite ideologica, e tutto ciò è avvenuto nella presunzione di darci più libertà e più giustizia. Possiamo dire meno cose di prima, stiamo diventando più omogenei, le nostre menti sono state addestrate al conformismo, ma si deve credere che tutto questo serve ad avere un mondo migliore».

Argomenti controversi con forti implicazioni per la coscienza morale dei singoli come l’aborto, l’eutanasia, le unioni civili o i matrimoni fra persone dello stesso sesso non vengono più trattati come drammi o complessità della vita sociale da affrontare coi criteri della ricerca del male minore, o permettendo l’esistenza di una zona grigia non normata dalla legge, o trovando soluzioni pragmatiche nel diritto amministrativo. I dilemmi morali vengono risolti a colpi di introduzione di nuovi diritti, che implicano nuovi doveri da parte dei cittadini, anche quelli che non sono d’accordo. Da cui la grande offensiva contro l’obiezione di coscienza dei medici e delle ostetriche che non vogliono partecipare a interruzioni di gravidanza, e la negazione dell’obiezione di coscienza ai medici che non vorrebbero accettare tutte le Dat e ai pubblici ufficiali che non vorrebbero celebrare unioni civili. Le ostetriche licenziate perché non disponibili a effettuare interruzioni di gravidanza in Svezia e i pasticcieri condannati perché si sono rifiutati di scrivere sopra una torta “viva il matrimonio omosessuale” negli Stati Uniti.

Nei confronti di quello che definiva il “canone in formazione” di origine illuminista dell’Unione Europea esprimeva il suo allarme il cardinal Ratzinger il 1° aprile 2005 – pochi giorni prima di diventare Benedetto XVI – in un discorso al monastero di santa Scolastica a Subiaco. Parole equilibrate e profetiche che sono da rileggere:

«Questa cultura illuminista sostanzialmente è definita dai diritti di libertà; essa parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto: la libertà della scelta religiosa, che include la neutralità religiosa dello Stato; la libertà di esprimere la propria opinione, a condizione che non metta in dubbio proprio questo canone; l’ordinamento democratico dello Stato, e cioè il controllo parlamentare sugli organismi statali; la libera formazione di partiti; l’indipendenza della magistratura; e infine la tutela dei diritti dell’uomo ed il divieto di discriminazioni. Qui il canone è ancora in via di formazione, visto che ci sono anche diritti dell’uomo contrastanti, come per esempio nel caso del contrasto tra la voglia di libertà della donna e il diritto alla vita del nascituro. Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben presto non si potrà più affermare che l’omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell’esistenza umana. Ed il fatto che la Chiesa è convinta di non avere il diritto di dare l’ordinazione sacerdotale alle donne viene considerato, da alcuni, fin d’ora inconciliabile con lo spirito della Costituzione europea. È evidente che questo canone della cultura illuminista, tutt’altro che definitivo, contiene valori importanti dei quali noi, proprio come cristiani, non vogliamo e non possiamo fare a meno; ma è altrettanto evidente che la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche ad immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce ad un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà».

Concludendo: non sarà facile, all’indomani del 4 marzo, individuare e attuare politiche economiche capaci di rilanciare la crescita e insieme rispettose della giustizia sociale; è invece chiara e urgente la necessità di organizzare forme di resistenza civile al totalitarismo liberaldemocratico strisciante che oltre a limitare la libertà paralizza le menti di un numero crescente di persone. Mai, nemmeno al tempo del fascismo, si erano visti in Italia tanto conformismo e tanta omologazione, tanto di rifiuto di chiamare le cose con il loro nome e tanta subalternità culturale al pensiero dominante. Per i cristiani e per tutti gli uomini di buona volontà, credenti di altre religioni o non credenti, è il tempo della disobbedienza alle leggi ingiuste e dell’obiezione di coscienza.

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