Il Cimitero Monumentale

La frontiera che separa Milano dai suoi morti

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Il perimetro esterno del Cimitero Monumentale a Milano è segnato sui lati da un
muro di mattoni rossi
, che divide la città dei morti da quella dei vivi. Questo
muro, sul lato occidentale, corre parallelo a un viale pieno di traffico che percorro
ogni mattina. Spesso, mentre il tram 14 se ne fila via scodazzando come una
serpe di lamiera, noi automobilisti in colonna percorriamo il viale a passo d’uomo.
Così ho modo di contemplare questa barriera invalicabile – ingentilita, a dire la verità, da delle finestrelle poste più o meno all’altezza degli occhi di un uomo. Mi sono chiesta, aspettando il verde, la funzione di quelle finestre: serviranno ai vivi a
guardare dentro, o ai morti a non sentirsi esclusi, là, nel loro silenzioso giardino?
Quel muro mi provoca ogni mattina. Perché è così implacabile, così definitivo.
Fin dove se ne scorge il profilo, non c’è una porta. Ora, un muro senza porte non è
di un giardino, ma di una prigione, o almeno di una terra incognita in cui non ci si
può liberamente avventurare; né, una volta entrati, tornare indietro. Ho provato allora a entrare nel cimitero, a percorrerne i viali dove la ghiaia candida scricchiola ai tuoi passi, e attorno non c’è nessuno.

 

Mi sono avvicinata al muro, ho sentito, al di là, i motori d’auto frementi di impazienza (dentro, invece, il tempo sembra annullato), e l’amichevole
sciabolare sui binari delle ruote metalliche del 14. Quei cari familiari rumori sembravano venire da un altro mondo, molto più lontano dei pochissimi metri della realtà. Così lontano che struggente è stato il bisogno di tornare fra i vivi – accelerando il passo lungo i viali fioriti. Il muro, è dunque una frontiera. Quando ero bambina ci passavo accanto come se in nessun modo mi riguardasse la possibilità di un espatrio. Ma là dentro ora c’è mia madre e, da molto tempo, mia sorella, e altri che ho amato. Non sono più, gli stranieri oltre il confine, facce ignote, scomparse prima che io venissi al mondo. Me li ricordo, anzi, così bene. E dunque col tempo il muro di viale Luigi Nono appare sempre più assurdo: come può pretendere di dividere inappellabilmente le madri dai figli e i fratelli fra loro? (Ogni tanto, passando davanti all’ingresso principale, incrocio una lunga Mercedes nera che si dirige al cancello. Il guardiano fa un cenno: che entri. Un altro è stato ammesso, un altro ha varcato il confine).

 

Guardo a questi passaggi di frontiera con un silenzioso stupore. Devo fare forza a me stessa per non cedere all’apparenza della morte, alla sua faccia di annichilimento. Devo ricordarmi di ciò che ci è stato promesso, ripetermelo. Mi domando: come fanno quelli che dicono che siamo solo scimmie intelligenti, materia casualmente assemblata sotto a un cielo vuoto? Come
sostengono lo sguardo, su quel muro? La collettiva gara a non fare nascere i figli, o a liberamente e “dignitosamente” morire, è solo angoscia. La stessa che prende alla gola me, dentro al rumore del traffico e del giornale radio, se mi distraggo.
Se mi dimentico di quel sepolcro vuoto, a Pasqua – la pietra, la barriera, divelta e sconfitta.

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