Il bagno kaló di Kostas insegna che siamo noi ad aver bisogno dei greci, e non viceversa

Sono in vacanza su un’isola greca e me la sto godendo alla grande, sempre conservando gli scontrini perché non si sa mai.

Vi voglio allora raccontare di Kostas, il contadino che rifornisce di ortaggi la piccola taverna in riva al mare dove mangio tutti i giorni. Lui arriva ogni mattina, verso le dieci, sul retro del ristorante, scarica le cassette di pomodori, cetrioli e melanzane che gli hanno ordinato, poi attraversa il locale e la spiaggia e si immerge, lui non si tuffa, per una decina di minuti in mare (lo vedete qui in foto); poi esce e riprende il giro delle consegne con l’apecar.

Verso mezzogiorno, sulla via del ritorno, si ferma nuovamente e fa il secondo “bagno kaló” come dice lui. Altri dieci minuti in acqua e riprende la via degli orti.

La produttività di Kostas è certamente inferiore a quella di un operaio della Renania, ma la visione del mondo è molto più vera e profonda di quella di un broker di Londra, di uno gnomo di Zurigo o di un manager di Francoforte.

Ogni giorno Kostas si rinfresca e, allo stesso tempo, raccorda la sua vita alle domande che il cielo e il mare fanno sorgere nel cuore di ogni uomo. Lui fa tutti questo due volte al giorno, con metodo, come una preghiera.

Vista da qui non è tanto la Grecia che ha bisogno dell’Europa, quanto piuttosto l’Europa che non può fare a meno della Grecia.

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