I poliziotti americani non hanno tutti i torti

Gli Stati Uniti non sono un paese che ho conosciuto da vicino. Solo una volta sono stato di passaggio ad Atlanta, al tempo del golpe soft in Honduras dove andai a intervistare il presidente ad interim Roberto Micheletti. Però vorrei dire la mia sulla questione all’ordine del giorno, quella su cui si stanno esercitando i commentatori: il tema della presunta brutalità poliziesca tinta di razzismo della polizia americana.

Che i poliziotti statunitensi di ogni colore – bianchi, neri, gialli e latinos – si mostrino più aggressivi con gli afroamericani che con gli altri cittadini americani, è un fatto segnalato dai numeri: benché i discendenti delle vittime della tratta schiavista rappresentino solo il 14 per cento della popolazione statunitense, è afroamericano il 29 per cento di coloro a cui le forze di polizia sparano. Basta questo dato per accusare di razzismo la polizia americana? Direi di no, se si tiene conto di un’altra statistica: a Ferguson, a Cleveland e a Phoenix agenti delle forze dell’ordine hanno sparato a neri disarmati (il primo e il terzo stavano commettendo un reato, il secondo era un ragazzino che stava comprando una pistola giocattolo), ma il 42 per cento di coloro che sparano a poliziotti negli Stati Uniti e di cui si riesce ad accertare la razza, risultano essere neri. Le forze dell’ordine mostrano pregiudizio verso gli afroamericani, ma solo perché l’esperienza gli dice che mediamente sono più pericolosi degli altri gruppi di popolazione. Lo confermano anche gli organi della giustizia americana, che mandano dietro alle sbarre una percentuale di afroamericani molto più alta della percentuale di bianchi e di americani di tutte le razze: secondo le stime più favorevoli, il tasso di incarcerazione dei neri è del 2,2 per cento, mentre quello della popolazione generale è dello 0,7 per cento (fra i bianchi è lo 0,4). Possiamo discutere le cause del maggior tasso di criminalità dei neri rispetto alle altre componenti della popolazione statunitense, possiamo attribuirlo a ingiustizie sociali e a emarginazione frutto di atteggiamenti razzisti verso i neri, al peso della storia e agli ambienti urbani dove tanti appartenenti a questa minoranza nascono e crescono, ma resta il fatto che il poliziotto medio non ha torto quando teme un atto aggressivo da parte di un nero più di quanto lo tema da parte di un bianco. Più che denunciare il razzismo, bisognerebbe concentrarsi sulle condizioni di vita degli afroamericani, sulle criticità che dipendono da loro stessi e su quelle che dipendono dalla società tutta intera.

Non saranno razzisti veri e propri, i poliziotti americani, ma sono gente dal grilletto facile, replicano i commentatori: in un anno hanno ammazzato almeno 458 persone mentre erano in servizio, e si tratta quasi sicuramente di una sottostima. Secondo alcuni analisti le loro vittime sarebbero un migliaio. In Gran Bretagna e in Giappone, nello stesso periodo, la polizia non ha ammazzato nemmeno un delinquente, in Germania solo 8. Anche calcolando i superiori tassi di criminalità americani e il maggiore numero di abitanti degli Usa rispetto ai paesi citati, pare proprio di essere davanti a una carneficina inaccettabile per un paese industrializzato e con alto indice di sviluppo umano. Che però diventa un filo meno sproporzionata quando la si confronta col numero dei poliziotti americani caduti in servizio nel corso di un anno: ben 46. Anche questa cifra surclassa quelle analoghe dei paesi evoluti. E allora per forza di cose si arriva alla questione delle questioni: quella delle armi. Negli Usa il diritto dei cittadini di possedere armi è tutelato dalla Costituzione nel secondo emendamento. Fa parte della filosofia individualista di vita americana, per la quale il diritto del singolo all’autodifesa deve essere garantito e promosso. Fa parte della storia di un paese impegnato a colonizzare terre selvagge e senza legge, abitate da indigeni ostili, per più di un secolo. Ma restare fedeli alla propria storia e a una certa visione della vita e dei diritti ha il suo prezzo: negli Usa circolano 300 milioni di armi personali, con un tasso pro capite prossimo a 1 arma per abitante che è il più alto del mondo. Mettetevi nei panni del poliziotto americano: quando lo chiamano per un intervento d’emergenza, la prima cosa che pensa è che si troverà davanti a criminali armati; quando ferma automobilisti indisciplinati e sospetti, pensa che tireranno fuori un’arma dal cruscotto e gli spareranno a bruciapelo non appena abbassato il finestrino. Nel solo distretto di New York, l’anno scorso gli agenti del NYPD sono stati coinvolti in 200.000 interventi dove avevano a che fare con persone armate. Giorno dopo giorno questo stress forma una mentalità, crea dei riflessi condizionati, produce quella personalità aggressiva e incline alla perdita dell’autocontrollo delle cui imprevedibilità tanti turisti e viaggiatori italiani negli States giurano di avere fatto esperienza.

Gli americani vogliono che le forze dell’ordine garantiscano la sicurezza in un paese dove circolano 300 milioni di armi. Nel 2008 la Corte Suprema ha confermato il diritto dei cittadini a possedere e portare armi. Gli stessi non possono lamentarsi troppo se poi la polizia si comporta come si comporta.

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