I centomila profughi sudanesi che nessuno riusciva a vedere

foto-scarpe-jensen-sud-sudan«Dammi virtù a dir com’io il vidi!» (Paradiso, canto 30)

Statisticamente, Dante è fotografo tanto quanto narratore; infatti, nella Divina Commedia i verbi “dire” e “vedere” ricorrono con la stessa frequenza (assai alta). Il poeta, scrivendo, cercò di capire ciò che vide durante il cammino; ma più che capire, si tratta di discernere, verbo che parla di comprensione attraverso la vista. Vedere ciò che abbiamo sotto gli occhi è la cosa più difficile al mondo. Per quanto sofisticate possano essere le videocamere dei nostri cellulari, l’inquadratura è sempre la chiave di volta di una foto. Per questo Dante disturba le Muse e le implora – a ogni piè sospinto – di aiutarlo a dire ciò che vide. Non è l’orgoglio di chi vuole essere bravo; è il timore di chi intuisce il pericolo insito in ogni nostro atto visivo, quello di presumere – a priori – di sapere cosa si sta guardando. Così, Dante snocciola appelli per dire: o Muse, datemi la virtù necessaria a vedere ciò che ho visto.

Shannon Jensen è una fotoreporter americana. Nel giugno 2012 si recò nella regione del Nilo Azzurro, uno dei luoghi di raccolta dei rifugiati in fuga dal Sud Sudan, a causa dei sanguinosi scontri seguiti alla proclamazione d’indipendenza di questo Stato: ce n’erano 70 mila quando arrivò e ne sopraggiunsero altri 30 mila durante la prima settimana di permanenza. Documentata la tragedia, la Jensen spedì le immagini ai giornali americani, i quali – parafrasando – risposero: foto bellissime, ma non ci interessano; se il conflitto si acuisce ci risentiremo. A questo rifiuto, la Jensen replicò con una scelta azzardata: prolungò il viaggio, rimanendo insieme ai rifugiati altre cinque settimane. E quel che saltò fuori è un documento umano di cui possiamo esserle grati, ora che, a più di un anno di distanza, la cronaca testimonia che è eufemistico dire che il conflitto in Sud Sudan si è solo acuito.

foto-scarpe-jensenLa sua bravura non era bastata; forse occorreva il contrario, la modestia. Quelle fatte in seguito, dice lei stessa, sono foto di cui sarebbe stato capace anche un bambino di 10 anni. La tecnica cedeva il posto alla vista. E, dunque, come far vedere cosa accadeva a quelle famiglie che, con l’orrore negli occhi, erano fuggite di casa per poi trovarsi a camminare per mesi cibandosi di radici? Le scarpe, ecco l’inquadratura giusta. Ecco ciò che, pur essendo sotto gli occhi, occorreva riuscire a vedere.

Bastava far vedere cosa rimaneva ai piedi di quella gente. Scarpe? Non più. Infangate, rattoppate, spaiate, con la suola pressoché inesistente; ciabatte o infradito di plastica passate per luoghi impervi, indossate da persone cariche come bestie. Ne è venuta fuori una galleria di immagini semplici come Polaroid: un’inquadratura base ai resti delle calzature e una didascalia tipo «Musa, bambino di 2 anni, ha camminato per 20 giorni». La Jensen, nel commentare questo suo lavoro che si intitola A Long Walk, ci ha lasciato un vero e proprio punto di vista: «Sono le foto tecnicamente meno professionali che ho fatto, e sono quelle di cui vado più fiera. È facile far fare al proprio ego il suo mestiere e mettersi a ragionare in termini di quanto bella deve essere la foto, anziché porsi la vera questione: cosa rappresenta al meglio il soggetto che hai per le mani?».

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •