I beati tempi dei pidocchi

Al banco della farmacia una mamma con un bambino per mano bisbiglia qualcosa sottovoce al farmacista. Quello senza fare commenti prende da uno scaffale un flacone e rapidamente lo incarta. La donna se ne va, l’aria imbarazzata.

L’ho riconosciuto, quel flacone. E ho rivisto me stessa, una dozzina di anni fa, i figli fra l’asilo e le elementari; quel giorno in cui una scarna circolare annunciò che a scuola giravano i pidocchi. Pidocchi? La parola mi fece sussultare. Bestiacce di evi lontani, credevo. Io non li avevo mai visti, i pidocchi. Concitata telefonata alla pediatra. Che fare? Propendevo per radere i capelli a zero a tutti, a titolo precauzionale. All’altro capo del filo una risata: «Signora, in questi giorni metà dei bambini di Milano hanno i pidocchi».

Strano, ma non si leggeva una riga dell’epidemia, sui giornali. Migliaia di famiglie milanesi ricevevano un discreto avvertimento dalla scuola, e come me restavano incredule. Non si diceva niente, in una imbarazzata omertà. Ma ora sorrido di quel sussurrare in farmacia. È ora di infrangere l’ultimo dei tabù. È tempo di sdoganare i pidocchi. Ho ancora nel naso l’odore acre di uno shampoo, e quello di una lozione appestante, al Napalm forse, che uccideva i parassiti, ma neanche a noi forse faceva troppo bene. Lavato e rilavato il figlio sospetto, a ogni buon conto facevo lo stesso con gli altri due. Poi, quando credevo di avere finito mi prendeva uno strano nervosismo, e procedevo a un furioso triplo shampoo su di me. Quando arrivava il marito per prima cosa gli mettevo lo shampoo in mano, e lo spingevo, sbalordito, verso il bagno. A questo punto avevamo tutti i capelli aridi e dritti come la saggina delle scope. Facevamo spavento.

Ma non era finita. Federe e lenzuola da lavare, tutte. A 90 gradi, decidevo, e con una overdose di candeggina. La lavatrice cominciava a rullare, stracarica. Poi: pigiami, berretti, maglie, asciugamani. Il cumulo di biancheria cresceva di minuto in minuto. Mi aveva presa una furia catartica. Guardavo diffidente ogni oggetto, valutando se potesse nascondere il nemico. I copriletto? Sospetti, decidevo; i copridivano? Peggio ancora, e li strappavo via. La pira sacrificale in lavanderia saliva. Decisi di assolvere le tende e le tovaglie. Ma, i tappeti? Venite subito a prende tutti i tappeti, telefonai alla tintoria. E le spazzole? Bollirle, consigliava Il piccolo pediatra, la mia bibbia di puericultura. In un pentolone infilai le spazzole di casa per cuocerle a fuoco alto. Ne uscirono tutte storte e ingobbite. Ma non mi sentivo ancora tranquilla. I divani? Li guardavo truce, sognando di poter bollire anche loro. Per fortuna all’epoca non avevamo cane e gatti, altrimenti se la sarebbero vista brutta.

Poi, l’allarme cessava. Sullo stenditoio finivano di asciugare i berretti infeltriti e le magliette stinte e ristrette dai 90 gradi.

Il nemico era stato debellato. Da una poltrona contemplavo sfinita la casa rivoltata. Ciò che non immaginavo era che un giorno di quello tsunami domestico avrei avuto nostalgia. Veramente. Vedendo quella mamma in farmacia, nostalgia. Di quando il caso grave era l’epidemia sussurrata in un pudico messaggio della scuola. Di quando loro erano bambini, e la vita in casa caotica e ridente – nei beati tempi dei pidocchi.

(tratto dal numero 30/31 di Tempi)

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