«Gli studenti in protesta sono i nuovi Resistenti». Asor Rosa e il peso delle parole

Oggi non c’è l’eroe ma l’antieroe. È Alberto Asor Rosa, critico letterario e incantatore di masse. È dei giorni scorsi la sua “anti-impresa”: far credere a una platea di studenti liceali che sono i “nuovi Resistenti”, proprio come i ragazzi che hanno fatto la Resistenza del ’45. No, non avete letto male, lo ha detto davvero nel corso di una lezione in piazza e lo ha confermato in questa intervista: «Esiste un filo della Resistenza che attraversa tutta la nostra storia. E questo filo esiste anche in quello che fanno oggi i ragazzi». Quello che fanno oggi i ragazzi, per intenderci, sarebbe lo “sciopero” (con virgolette d’obbligo) contro la legge ex Aprea.

Non voglio generalizzare, ma ho visto da vicino qualche sciopero degli ultimi anni e so bene come funziona per il 99 per cento (la percentuale è approssimata per difetto) dei ragazzi: partecipare è bello e facile, delle motivazioni si sa poco o niente, sono giorni senza scuola, non si studia, le storie d’amore hanno un’intensità speciale. Quanto costa tutto ciò? Niente, zero.

I ragazzi della Resistenza (quale che sia il giudizio storico e morale sulla loro azione) si sono messi un fucile sulle spalle e hanno vissuto per mesi con il brivido della morte. Quanto è costato tutto ciò? Tanto, tantissimo. È tutta qui la differenza: nel costo, e perciò nel peso, della propria “resistenza”.

Ma perché mai, vi chiederete, tanta pignoleria per la metafora di un oratore alla ricerca dell’applauso? Perché il peso delle parole è troppo importante. Così come il peso delle differenze. Soprattutto quando si educa. Chi vive la scuola sa bene quanto sia facile far apparire vera una cosa che non lo è, soprattutto quando si è autorevoli, quando si parla da una cattedra (o dalle tante cattedre della nostra cultura, prima tra tutte la televisione).

Vado alle esagerazioni: i giovani fascisti si sono sentiti come gli eroi dell’Impero Romano perché qualcuno, per loro autorevole, glielo aveva detto. Alcuni ragazzi di religione islamica si sono sentiti martiri eroici schiantandosi su due torri perché qualcuno, per loro autorevole, glielo aveva detto. E così via, fino alla pretesa di chiamare matrimonio ciò che non lo è, amore ciò che non lo è solo perché qualche figura autorevole (o medium) lo afferma. Lo so, ho fatto esempi esagerati e ben più gravi nelle loro conseguenze (il senso delle differenze, appunto), ma solo per dire che a tutto, proprio a tutto, si può arrivare quando si perde il nesso tra le parole e la realtà. Chiamare le cose col proprio nome è talvolta meno brillante e fa prendere meno applausi, ma è troppo, troppo importante. Lo dobbiamo ai nostri ragazzi e a noi stessi.

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