Gli occhi dei bimbi di Port-au-Prince

Queglo occhi, quelle facce che non lasciano in pace. Ti alzi al mattino, e sul giornale che un passeggero del tram ti spalanca davanti ci sono i bambini di Haiti. Con quei
grandi occhi scuri sbarrati in un interrogativo: cosa è stato, perché è stato. Con
un braccio ferito o mutilato, e quello sbalordito stupore: tanto dolore, perché? Lavori,
ti immergi nel ritmo quotidiano della fatica e delle grane, magari ti arrabbi (la
quotidianità riprende velocemente il sopravvento della coscienza). Poi vai a bere un
caffè, nel bar la tv è accesa, Haiti, ancora. E le facce di madri orfane dei figli, i corpi abbandonati come rifiuti, ancora (anche gli altri, nel locale, smettono di parlare e guardano). Ma soprattutto, i bambini, belli e intollerabili, la domanda sospesa negli
occhi immensi, evidente senza alcuna parola: perché? Quegli sguardi tagliano, rodono come un tarlo. Vorresti chiedere conto a Dio di questo sfacelo, discutere, litigarci. Ma sai anche che in ogni apocalisse e in ogni strage il volto di Cristo è in ognuna di quelle facce di bambino. (È forse lui che ti chiama, allora, quando le guardi, è per questo che stare davanti a quegli occhi è insostenibile?).

 

Cosa puoi fare, ti domandi impotente. Dare dei soldi, certo, è evidente. E poi, nient’altro? Quanto ti piacerebbe, uno di quei bambini, poterlo abbracciare e curare. Per un po’ di tempo almeno. D’accordo, poi lo si dà indietro. Ma abbracciare non è l’unica risposta possibile a quegli occhi? E torni alle consuete cose della tua giornata. I figli a scuola, i compiti, le bollette. Così ha da essere, in fondo, la vita quotidiana di una famiglia: una ordinata, a volte apparentemente banale e ripetitiva fatica. Finché le circostanze non ti mettano davanti, inevitabile, brutale, un dolore. Ma fino a quel giorno è saggio, hai imparato, ringraziare Dio anche del giorno più vuoto. Ringraziare delle cose semplici e grandi che hai: il respiro, le gambe, la casa, i figli. Tuttavia, la sfrontatezza del dolore innocente che trabocca da Port-au-Prince è uno schiaffo poderoso. Non si può ringraziare Dio per il dolore e la morte di Haiti. E sarebbe anche, accusare Dio, una bestemmia. Non è stato lui. Lui è là: in ognuno di quei bambini che vagano come randagi fra le macerie. Viene la sera, e ancora dal tg quegli occhi ti guardano. Non recriminano, non gridano. Sono occhi di agnello gli occhi dei bambini di Haiti. Per questo sono insopportabili. Portano la traccia e il segno misterioso di un dolore più grande, di tutto il dolore del mondo, quello che Cristo affrontò sulla Croce.

 

Ora tutti in casa sono andati a letto. È faticoso addormentarsi, con quel tarlo che rode. Quella mole di dolore innocente di traverso appesantisce il respiro. Non c’è una risposta a tanto male, oppure tu non la sai capire. Sai solo intuire che il dolore degli innocenti è come fatto della stessa sostanza dell’abisso oscuro in cui Cristo accettò di immergersi nell’orto del Getsemani. Aveva, forse, in quell’ora, gli stessi occhi d’agnello dei bambini di Haiti? Il Dio che io amo è con loro, nella sofferenza. Ma ha vinto la morte, quando la pietra è rotolata dal sepolcro. E non capisco altro. Solo però in questa straordinaria promessa la disperazione può farsi nella notte una sommessa, inerme preghiera.

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