Gita fuori porta con bimbi. La caccia al piccione, il signore che mangia il fuoco e quel naturale stupore per tutto

Gitarella fuori porta. Un po’ per sfangare la giornata (ho tutti e tre i pargoli sul groppone: asilo chiuso per il ponte del 25 aprile), un po’ perché vorrei mostrare loro qualcosa di bello e nuovo. Ci imbuchiamo in una Milano-Venezia piena zeppa di gente che ha avuto la nostra stessa idea e capisco che il viaggio, che troppo ottimisticamente pensavo durasse 20 minuti (sarà di oltre un’ora), comincia lì dentro, in macchina. La conversazione latita, la musica assorda solamente (la mia vecchia Punto arancione fa già abbastanza rumore, purtroppo), il terzogenito prima cerca di liberarsi dalle cinture poi quasi s’assopisce. «Avrò sbagliato? Li sto costringendo a una marcia forzata senza senso?…» rimugino, mentre tra un loro sbuffo e un mio sguardo all’orologio, arriviamo a Bergamo. La cui funicolare per raggiungere la parte “Alta” è inaccessibile per la sua via più diretta causa manifestazione del 25 aprile. Giro largo, molto largo, parcheggio lontanissimo – laddove “visita-alla-città-d’arte” turns in “scarpinata” -, lunga coda sotto il sole di mezzogiorno per strizzarci nella “funivia di città” bella piena di turisti anche lei, e infine: sputati fuori dal trabiccolo, ci ritroviamo in una piazzetta dal gusto medievale dalla quale partono solo stradine in salita.

«Mi odieranno e scriveranno su di me un romanzo tipo “Mammina cara”…». È già ora di pranzo, azzardo un baretto dove ci mettono un’eternità a portare due panini – di cui il mio sbagliato – e due piadine; i due grandi dimostrano inaspettata tolleranza, mentre il terzogenito piroetta sulla sedia e mette a dura prova la pazienza mia e dei malcapitati di fianco a noi. Usciti di lì, finalmente inizia la giornata.

E la giornata e la bellissima Piazza Vecchia (adattissima per rincorrere i piccioni) con il “Campanone” (una torre la cui scalinata è perfetta per salirci a far foto sghembe) e la Fontana Contarini (della cui ricchezza artistica i figli colgono l’importanza che «l’acqua esce dalla bocca di una signora» e se ne abbeverano che neanche nella piscina di Lourdes) sembrano nati quel giorno per farsi godere da noi. Guardare, calpestare, applaudire (molto apprezzato – con ammirazione e rapimento estatico – lo spettacolo di un artista di strada-giocoliere «che mangia il fuoco ma non si brucia le labbra»). Vivere. Il problema del far fare qualcosa a loro per sfuggire alla mia incapacità di genitrice tale per cui “in casa tutto il giorno dopo un po’ non si sa più cosa fare e finisce che o si menano/litigano o si accende la tv” di trasforma in risorsa per tutti quando la realtà, più che imporla (o viverla come tale – con senso di colpa annesso), sottoforma di regalo che io farei a loro, la faccio “solo” incontrare loro.

Saltano i programmi e gli schemi, e tutte le liste mentali. Non salta la bellezza. E così facendo finiamo col mangiare un gelato fuori programma (mentre il terzogenito sfinito si accartoccia nel passeggino), visitare un orto botanico, uscire dalle mura della città solo per accorgerci dell’esistenza stessa delle suddette mura e ritornarci subito dentro di corsa come se si stessero per chiudere le porte di un’astronave che sta per lasciarci su un pianeta alieno e sconosciuto.

Mi fanno ancora male le gambe per tutto quel camminare (quanto camminare!), le rotelle girano ancora forsennatamente per l’elaborazione di nuove, spericolate liste. Vorrei incasellare la realtà, ma qualcosa sfugge sempre; speriamo coi figli non sia già sfuggito qualcosa d’importante. Nel dubbio prendo lezioni su come tenere gli occhi aperti proprio da loro. Loro cui non sfugge niente, loro con occhi avidi, loro che devono avere una leva direttamente e proporzionalmente collegata tra “quel che vedo” e “domanda di significato su”, invece dell’arrugginito e vecchio meccanismo della sottoscritta “ho visto abbastanza = so già tutto”. Loro che tre giorni fa mi han fatto vedere Bergamo Alta.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •