I giornalisti cannibali e il tema di Loris che non interessa a nessuno

«E se non piangi, di che pianger suoli?» (Inferno, canto XXXIII)

Ora che il nome di Sarah Scazzi non fa più impennare l’audience; ora che il processo d’appello per l’omicidio di Chiara Poggi non produce colpi di scena; ora che anche la verità su Yara è in attesa di sviluppi… Ecco, ora c’è nuovo pane per i denti del giornalismo cannibale, perché un bimbo di otto anni è stato soffocato. Finalmente si possono mandare gli inviati sul luogo del ritrovamento, finalmente si può zoomare in diretta televisiva sui Ris, finalmente si può usare la parola luminol!

Noi, che di mestiere usiamo le parole, sappiamo diventare dei veri diavoli. Usando tenere parole di compassione, «braccine» oppure «povero bimbo», diciamo di adempiere al dovere di cronaca, ma non facciamo altro che sbattere sul banco del macellaio la carne e l’anima di un bimbo. E gli acquirenti non mancano, perché come dice Hugo «la curiosità è ingordigia, vedere è lo stesso che divorare». Io certo non mi tolgo dal novero; anch’io – che predico bene e razzolo molto male – sento un’istintiva attrazione, quando vengono scandagliate le orribili brutture di certi fatti di cronaca nera. Ma mi rendo conto che è cannibalismo e non comprensione. Non è immedesimazione, è vivisezione.

Andrea Loris Stival, di 8 anni, è morto. Attorno alla sua vita molte ombre cupe, che insinuano un interrogativo su tutti: perché mai una giovane vita deve patire il male sulla propria pelle? Onestamente, non credo che otterremo risposte rovistando nei dettagli; francamente, non voglio sapere niente sugli slip ritrovati per strada e sulle fascette da elettricista. Semmai, voglio sapere di più su quel tema in cui Andrea aveva preso 10, senza aspettarselo. Evidentemente lui aveva qualcosa da dire, e allora diciamolo. Diciamolo, che per quanto una piccola vita possa aver conosciuto il brutto del mondo (degli uomini soprattutto), in qualche quotidiana occasione avrà anche incrociato la meraviglia. Nessuno è esente dallo stupore, per quanto lacerata e breve possa essere la sua vita. Le creature umane possono farsi del male le une con le altre, ma il mondo non dipende solo dalle azioni umane.

Qualcosa di più maestoso e profondo sostiene la storia e il tempo; e ci viene incontro in forme così democratiche da non escludere gli ultimi, i piccoli, gli analfabeti, i ritardati. Un tramonto o una corsa su un prato, magari. Se anche solo per un attimo il cuore e l’anima si spalancano in un respiro di commozione vera, per il fatto di esserci, questo barlume sconfigge ogni bieco cinismo e violenza. Se Andrea si è meritato un 10, cioè il massimo, qualcosa lo avrà colpito al massimo, un entusiasmo semplice che ha stimolato la sua voglia di esprimersi. La sua voce resta quella che ha parlato nel tema, e non tutto questo macabro vocio di giornalisti affamati di dettagli.

Sì, un cacciatore ha ritrovato il suo cadavere abbandonato in un canalone; ma un segugio ben più scaltro non ha mai perso le tracce della sua anima. Su questo mi fido proprio del signor Hugo che, scrutando con amore tra scarti umani, ci lasciò i Miserabili per mostrare che miseria può dilatarsi in misericordia: «Fantine fu sepolta in quell’angolo di cimitero che è di tutti e di nessuno e dove van perduti i poveri. Per fortuna Dio sa dove ritrovar l’anima».

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