Georgia, la nazione «che Dio voleva per sé»

Secondo un’antica leggenda, quando Dio distribuì le terre ai popoli, i georgiani arrivarono in ritardo all’appuntamento perché intenti a festeggiare. Ma quando seppe che avevano brindato in suo onore, fu così felice che regalò loro quel paese che aveva riservato per sé. Da questo mito prende il titolo il libretto Georgia, il paese che Dio voleva per sé di Francesco Trecci (Apice Libri, 2017), con il quale l’autore intende far conoscere al pubblico italiano i tesori e le bellezze di questa nazione antichissima. «La comunità georgiana è fortemente cresciuta anche in Italia – scrive nella prefazione padre Andria Latsabidze, – ma molti italiani non conoscono la storia e la cultura di questo paese».
Laureato in Scienze politiche e Storia medievale, Trecci coltiva da anni l’interesse per la Georgia, una passione nata quasi per caso durante gli studi universitari, dopo aver letto un reportage su un quotidiano. Da allora ha effettuato numerosi studi e viaggi nel Caucaso e nel 2016 ha pubblicato il libro Storia della Georgia.

Questa nuova pubblicazione accompagna il lettore nelle varie regioni del paese, tra città d’arte e paesaggi bucolici, spiagge e villaggi che si alternano a monasteri dove si respira una spiritualità profonda.
Tbilisi, la capitale, prima insostituibile tappa, dominata dalla fortezza di Narikala e la città vecchia ai suoi piedi. Mtskheta, dove nel 317 il cristianesimo divenne religione ufficiale e da allora ha contribuito a mantenere nella popolazione un forte senso di identità nazionale. Nel 1960 la poetessa russa Bella Achmadulina, visitando questa città che fu la capitale dell’antico regno di Iberia, scrisse una sorta di poesia-preghiera: «O Signore, fa’ che tutto ciò rimanga immutato com’è ora. Ch’io sia ripetutamente ammaliata dall’austerità della patria natia, e dalla tenerezza di quella straniera». A Mtskheta c’è anche la sede della Chiesa ortodossa autocefala, che la tradizione fa risalire all’apostolo Andrea. L’attuale patriarca Ilia II, molto amato dai fedeli, è il «nonno» di quasi 20.000 bambini, dopo che nel 2007 per fronteggiare il declino demografico ha promesso di battezzare personalmente ogni terzo figlio.
La conversione «ufficiale» al cristianesimo portò con sé anche lo sviluppo della lingua letteraria, affiancata da una ventina di dialetti e scritta con un alfabeto molto decorativo ma altrettanto complicato.

Gori, la sesta città del paese per numero di abitanti, porta ancora i segni dell’aggressione militare russa del 2008 scatenata per avere il controllo dell’Ossezia meridionale. È famosa soprattutto per aver dato i natali a Stalin. Il relativo museo – ci ricorda Trecci – «negli anni del comunismo era una sorta di “Medjugorje sovietica” dove i pullman arrivavano da tutti gli Stati del Patto di Varsavia». È curioso che nel marzo 1956 ci furono numerose proteste contro la destalinizzazione avviata da Chruščev che in Georgia, dopo decenni di indottrinamento e repressioni, non fu compresa.

La regione del Samtskhe-Javakheti è invece famosa sia per le acque termali di Borjomi (nella zona la Coca-Cola estrae l’anidride carbonica per i suoi prodotti), sia per l’imponente monastero di Vardzia, una vera e propria città costruita nella roccia per volontà della regina Tamara (XII sec.) e che nell’antichità poteva ospitare sino a tremila monaci.

«Inizia la lunga discesa che dai duemila metri ci porterà sul Mar Nero»: ecco Batumi, capoluogo dell’Adjara, una specie di «Miami caucasica». Qui opera anche l’inesauribile padre Bragantini, uno degli stimmatini arrivati nel 1994 e che hanno costruito chiese, parrocchie e centri di accoglienza, oltre ad aver stretto accordi con industrie italiane per offrire lavoro ai locali.
E ancora monti, quelli settentrionali del Grande Caucaso, una barriera naturale alta fino a 5000 metri che divide il paese dalla Russia e lo protegge dai freddi inverni del nord.

Trecci dissemina qua e là anche riferimenti enogastronomici: oltre all’ospitalità, «la tavola è sacra – in tante trattorie si fanno canti e balli autentici come vuole la tradizione. Bere il vino è un atto di convivialità», anche se si possono correre dei rischi, come narra il massimo poeta russo Aleksandr Puškin nel suo Viaggio ad Arzrum (1829): «Il vino è conservato in enormi brocche che si tengono sotterrate e vengono aperte con riti solenni. Recentemente un soldato, avendo aperta di nascosto una di queste brocche, ci cadde dentro ed annegò nel vino di Kachezia»… Ma fu lo stesso Puškin a celebrare in magnifici versi le bellezze del Caucaso: «Sulle colline della Georgia si stende la caligine della notte. Rumoreggia l’Aragva a me dinanzi. Sono triste e ho l’anima leggera. La mia tristezza è chiara, la mia tristezza è piena di te, di te, di te sola…».
L’auspicio dell’Autore è proprio che il lettore si appassioni a questa nazione «che Dio voleva per sé» e decida prima o poi di visitarla.

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