Fra tutti i centristi senza gloria il più inspiegabile è Tabacci

Bruno Tabacci

Su Open si scrive: «Sarà il sottosegretario Bruno Tabacci a permettere a Luigi Di Maio e al suo movimento Insieme per il futuro di correre alle prossime elezioni politiche del 25 settembre. Dallo staff del ministro degli Esteri assicurano che non si tratterà di un mero accordo elettorale quello assieme a Centro democratico, ma “dell’evoluzione di Insieme per il futuro”. Il partito di Tabacci aveva già permesso ai parlamentari scissionisti del M5s di poter formare i propri gruppi alla Camera e al Senato, così come aveva fatto lo stesso Tabacci con i radicali di Emma Bonino, quando le aveva concesso il simbolo per i gruppi parlamentari della nascente +Europa, con una fusione a freddo finita malissimo».

Non mi stupiscono le imprese di Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, politiche inventate alla ricerca di un nuovo inventore. Non sono impressionato dalla deriva di Matteo Renzi, politico sveglio che però non ha preso le misure di un paese complesso come l’Italia: come il suo arcirivale Enrico Letta credeva di essere in Francia e quindi non è riuscito a cavare un ragno dal buco. Fa molto ridere l’agitarsi di Carlo Calenda, un “azionista” che invece di Giuseppe Mazzini ha alle spalle Luca Cordero di Montezemolo. Non sorprende il tramontare senza gloria di Pier Ferdinando Casini, uno che del suo maestro Arnaldo Forlani ha imparato molte cose ma non quella fondamentale: l’attenzione alla propria dignità personale. Invece mi disorienta il vagare di Bruno Tabacci, allievo di una delle scuole politiche più serie d’Italia, quella di Giovanni Marcora, buon presidente della Regione Lombardia, perseguitato dal giustizialismo a inizio anni Novanta. Perché mai continua a rotolare politicamente? Il rapporto con Emma Bonino era un po’ strano, ma almeno l’antica militante radicale è una politica di grande qualità. Ma finire a trescare con un interlocutore come quel Talleyrand alle vongole che è Luigi Di Maio? Perché?

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Su Huffington Post Italia Beppe Grillo dice: «Non esiste un vento favorevole per chi non sa dove andare».

I venti di Grillo, di fatto, sono sempre stati ben indirizzati: da antico strumento del demitismo-baudismo anticraxiano, il nostro agitatore antisistema ma di regime (esempio di quello che Antonio Gramsci chiamava il sovversivismo delle classi dominanti) è servito negli anni Duemila, grazie anche all’appoggio di uno strano asse eurocritico Anglosfera-Pechino, al nostro sfiatato establishment per impedire una vittoria del centrodestra nel 2013 e nel 2018. Ora che gli rimane solo l’appoggio cinese, cerca di trovarsi una nicchia per i tempi futuri, vedendo quale ruolo da provocatore gli potranno consentire nel futuro i fragili equilibri italiani. Si può sperare che un vento democratico di destra e di sinistra ci liberi da questo miasma grillino? Sperare è lecito, senza confidarci troppo: la continua destabilizzazione della nostra politica è la regola fondamentale della vita della Seconda (Terza?) Repubblica.

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Su Dagospia Giampiero Mughini scrive: «Detto questo approvo totalmente lo spirito della lettera che il mio vecchio compare Giorgio Dell’Arti ha mandato a Francesco Merlo. E cioè che lui non esclude affatto di votare la Meloni, ovvero metterla alla prova, ovvero costringerla a mostrare se sì o no esiste una “destra” moderna in grado di governare una democrazia complessa, Mi pare di capire, e sarei totalmente d’accordo con lui, che Giorgio vuole intendere che le giaculatorie preconcette a favore della “sinistra” sempre e comunque valgono un fico secco. Dipingere la Meloni come il diavolo su questa terra non serve a niente e non racconta nessuna verità. E d’altra parte dove sta la verità, in quale accozzaglia possibile di una “sinistra” nel cui “campo largo” fanno a cazzotti quelli che vogliono a Roma un termovalorizzatore il più presto possibile e quelli che non lo vogliono affatto?».

Che due persone intelligenti e colte, con consolidati valori di sinistra, pensino che forse bisognerà votare per Giorgia Meloni per salvare la democrazia italiana, aiuta a capire che tipo di scenario ci ha preparato la maionese impazzita del Pd, largamente peggiorata dal prefetto macroniano Enrico Lettino, mosso, al fondo, essenzialmente da rancori.

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Su Fanpage Tommaso Coluzzi scrive: «Bufera sul presidente dell’Abruzzo, Marco Marsilio. Il governatore, esponente di Fratelli d’Italia, è intervenuto a Skytg24 commentando il passaggio delle ministre Mariastella Gelmini e Mara Carfagna da Forza Italia ad Azione di Carlo Calenda: “A me dispiace vedere due care amiche fare quella scelta”, ha detto Marsilio. “Auguri per il loro percorso politico, dopodiché due persone che fino a ieri erano considerate delle poco di buono, frequentatrici dei salotti e dei festini di Arcore, oggi sono due nobildonne e due grandi statiste che salvano il mondo e l’Europa dalla cattiva destra sovranista”. L’attacco personale non è passato affatto inosservato: “Marco Marsilio, un ‘uomo’, anche presidente di Regione, che si esprime come Lei si è espresso nei confronti di Carfagna e Gelmini, peraltro ministri di governo in carica, dimostra di essere un piccolo troglodita. Mi spiace per la Regione Abruzzo. Meriterebbe molto di meglio”, ha twittato immediatamente Calenda rivolgendosi direttamente all’esponente di Fratelli d’Italia. “Che vergogna, Marsilio. Che volgarità e che bassezza. Mariastella, Mara, un grande abbraccio. Avanti!”, ha twittato subito dopo la ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti».

Il tono delle dichiarazioni incriminate di Marsilio mi pare al fondo abbastanza civile, ma il presidente dell’Abruzzo sbaglia comunque a ricordare gli insulti sessisti a Carfagna e Gelmini, insulti che iniziarono appena si formò il terzo governo Berlusconi nel 2008 con una vile indiscrezione del Corriere della Sera, poi non confermata, di una presunta telefonata tra Fedele Confalonieri e Silvio Berlusconi sui rapporti di quest’ultimo con le due ministre. Chi fa politica dovrebbe concentrarsi sui temi politici e non sulle allusioni sessiste. E quindi Marsilio sbaglia. Detto questo, va osservato come siamo in una situazione in cui Renato Brunetta si offende per le allusioni sulla sua statura ma dà del rimbambito a Silvio Berlusconi. Tutti ci schieriamo con Gelmini&Carfagna contro le allusioni sessiste, ma Carlo De Benedetti dà tranquillamente della “badante” a Licia Ronzulli. E lasciamo perdere gli incivili commenti delle cantanti Elodie o Giorgia contro Giorgia Meloni. Passando, poi, ad altre operazioni di sputtanamento, ricordiamo come a Matteo Salvini si imputi di essere un servo di Mosca, mentre il nostro Talleyrand alle vongole Luigi Di Maio se ne è stato per mesi tranquillamente alla Farnesina e nel Movimento 5 stelle (e in quest’ultimo ci sarebbe tranquillamente rimasto se non avesse litigato per motivi di carriera con Giuseppe Conte) mentre il suo guru e protettore Beppe Grillo scriveva che il faro dei fuoriditesta stellati era la Cina. Come mai è possibile questo andazzo? Perché il cuore del nostro sistema mediatico (e un pezzo di responsabilità è anche della cultura del centrodestra che non è riuscita a promuovere iniziative che avessero l’autorevolezza dei grandi quotidiani conservatori occidentali) è gestito da una sorta di giornalista collettivo il cui scopo non è informare e ancor meno analizzare, ma confortare i più asfittici ambienti degli asfittici establishment italiani.

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