Fra i grattacieli di Milano. Una passeggiata nel 2100

Milano, 8 dicembre, Porta Garibaldi. Sul marciapiedi il ghiaccio crepita sotto ai piedi. Nessuno in giro, in questa notte di gelo. A chi esce dalla stazione si para davanti, improvvisa, la mole verticale dei grattacieli attorno alla nuova piazza Gae Aulenti. L’hanno inaugurata appena ieri. Da sotto, la torre più alta mozza il fiato, incombente parete di cristallo e acciaio. E quella guglia in cima, ancora più audace? Protesa verso il cielo come un’antenna a intercettare voci aliene, o come un missile pronto sulla rampa di lancio. Forse in partenza per la grossa stella che, nella notte limpida, sembra disposta esattamente sulla sua verticale? «Andiamo a vedere, mamma», mi tira mia figlia, impaziente di entrare in questa Milano intonsa che da qui ancora non si vede; giacché la piazza è arroccata fra le torri, cittadella accessibile con lunghe scale mobili che salgono, in un leggero fruscio di acciaio.

Eccola, la città nuova che va sorgendo orgogliosa sui terreni abbandonati dell’Isola, perduta Milano di popolo e di ringhiera. La piazza splende nell’acqua tremula di grandi fontane: nella notte, gioco di specchi e di abbagli, e come fuochi fatui quei piccoli getti spumeggianti, in una aspra luce viola.

«Sembra di camminare nel futuro», dice entusiasta mia figlia. Già, se alzi gli occhi alla torre e alla sua guglia sei nel 2100, in un incrocio fra Blade Runner e Cape Canaveral. Bello, è vero; benché a me questa vertigine di acciaio metta addosso un’ombra di spaesamento. Sarà che ho intravisto, là in fondo, la casa dove abitavo da bambina, e mi è sembrata tanto lontana – al sesto piano, il mio, le finestre tutte spente. O forse è perché qui, alle ex Varesine, c’era un luna park, e sulla giostra della battaglia spaziale mio padre sparava e rideva come un bambino – mi sembra di sentirlo ancora. Oppure è il ricordo della vecchia via Viviani, con gli alberghi a ore e le donne indolenti a passeggio, avanti e indietro ? Donne che però, quando passava la processione del Corpus Domini, chinavano la testa e si facevano il segno della croce.

Quindi non so, Caterina, è molto bella questa Milano, nuovissima come te. Tu ci verrai, fra un po’, con un ragazzo, mano nella mano; ma io mi ci sento un po’ intrusa, o clandestina.

Però, mi accorgo, appena dietro la torre vengono su i cantieri di nuovi palazzi residenziali – silenziosamente covati, nella notte, da immobili gru d’acciaio; e chissà che un mio pronipote, in un giorno lontano, non venga qui ad abitare. E dirà forse ai suoi amici: guardate cosa scrisse la mia bisnonna di questa piazza, settant’anni fa. Le torri e le fontane luccicheranno proprio come questa sera, e l’acqua tremerà di barlumi e ricordi. Sovrana, in alto, ci sarà la grossa stella, esattamente sulla verticale della guglia. Uguale, lei, dentro a un tempo incorrotto. In questa notte di ghiaccio e di acciaio, impronta fedele di un’altra, eterna, poderosa mano.

50/2012

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