Fluxus, quando nell’arte tutto scorre

Era il settembre del 1962: «Tutto è arte, arte è vita, purgare il mondo dalla cultura “intellettuale”, professionale e commercializzata» recita uno dei tanti slogan del Fluxus, non solo un movimento artistico, ma un modo di intendere la creatività in modo radicale, performativo, a 360 gradi. Battezzato cosi nel 1961 dall’architetto George Maciunas, che affermò di aver trovato il nome ficcando un coltello in un dizionario con un plateale gesto di derivazione dadaista, il Fluxus oggi compie cinquant’anni. E per l’occasione il m.a.x.museo di Chiasso presenta la retrospettiva Fluxus. Una rivoluzione creativa: 1962-2012.

Joseph Beuys, Yoko Ono, Philip Corner, Robert Watts, Dick Higgins, Alison Knowles, Ben Patterson, Giuseppe Chiari sono solo alcuni dei tanti artisti che a livello internazionale abbracciarono questa sorgente vitale che tanto ha attinto dalle pratiche del riuso dell’oggetto espresse da Marcel Duchamp, soprattutto nel “ready-made”, e dalle teorie musicali del compositore John Cage. Sono fluxus opere come la concettuale Pour le plaisir de toucher di Ben Vautier, dove una lastra di legno provoca chi la osserva a correre il rischio di toccare quello che di solito è proibito nelle tradizionali sedi espositive, o l’ironico Fluxus Travel Aid di George Brecht, una sorta di kit di sopravvivenza per il “fluxartista” che con pochi oggetti e tanta fantasia è in grado di creare ovunque un capolavoro.

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