Tutto per fermare la guerra, ma prima di affidarci a Cina o Iran pensiamoci bene

Xi Jinping
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa)

Su Open si scrive: «La Russia continua ad avanzare e conquista la centrale nucleare di Zaporizhzhia. Le forze di Mosca continuano a stringere d’assedio le città mentre a Kiev tornano a suonare le sirene d’allarme. L’offerta di una nuova tregua per stamane arrivata dai russi fa pensare che vogliano evacuare il più possibile dai centri abitati prima di sferrare l’attacco. Il “regime del silenzio”, come lo chiamano a Mosca, partirà dalle 10 del mattino ora locale. Chi vuole potrà andarsene da Kyiv, Chernihiv, Sumy, Kharkiv e Mariupol».

In the fog of the war, tra la nebbia della guerra si sente ancora un grande rumor di armi ma si intravede anche qualche spazio per la trattativa che si spera potrà essere utilizzato.

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Su Fanpage si scrive: «I ministri degli Esteri russo e l’omologo ucraino si incontreranno in Turchia, ad Antalya, a margine del Forum diplomatico, evento internazionale già in programma da tempo. Lo riferisce l’agenzia di stampa russa Tass».

L’incontro in Turchia dei ministri degli Esteri turco e russo potrebbe essere l’occasione per incominciare a perfezionare un accordo tra invasori e invasi.

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Su Leggo si scrive: «Secondo fonti israeliane il divario tra le parti non è enorme, un accordo è difficile ma non impossibile. Se Zelensky si oppone, lo scenario è quello prospettato da Macron dopo le sue telefonate con Putin (“Il peggio deve ancora venire”). Non a caso, il leader ucraino ha parlato di nuovo con Bennett».

Altri segnali che speriamo non siano illusori.

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Sul Sussidiario si scrive: «“Se davvero c’è la possibilità di accordarsi su Nato, Crimea e Donbass, senza che Kiev debba cedere territori o istituzioni ai russi, è un’ipotesi di soluzione diplomatica a cui bisognerebbe pensare. Non voglio dire che l’Ucraina debba arrendersi, ma c’è spazio per trattare“. Commenta così Andrew Spannaus, giornalista e opinionista americano, fondatore di Transatlantico.info».

Un giornalista in stretti rapporti con l’ala più realista del Pentagono segnala la novità in campo annunciata dallo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

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Su Affaritaliani si scrive: «Intanto dagli Stati Uniti arriva un no alla proposta della Polonia. Respinta l’offerta di mettere a disposizione degli Usa i suoi jet da combattimento Mig-29 in una base in Germania, in risposta alla richiesta di aerei da combattimento dell’Ucraina, definendo l’offerta non “sostenibile”. Il portavoce del Pentagono John Kirby, in una dichiarazione, ha detto che la prospettiva di jet che partono da una base degli Stati Uniti e della Nato in Germania “per volare in uno spazio aereo che è contestato con la Russia sull’Ucraina solleva serie preoccupazioni per l’intera alleanza della Nato”».

In questi giorni vi sono state pressioni da parte di Washington perché la Polonia fornisse agli ucraini aerei da combattimento per contrastare il dominio sui cieli dei russi. Varsavia si è detta disponibili a dare i suoi Mig agli americani che però immediatamente hanno rifiutato l’offerta. Joe Biden ha costruito un’ampia intesa contro l’aggressione di Mosca a Kiev, non sempre è attento agli interessi dei suoi alleati. D’altra parte uno scenario di guerra anche limitato è inevitabilmente caratterizzato da contraddizioni.

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Su Startmag Giuseppe Gagliano scrive: «La Cina ha rotto con gli Stati Uniti, l’Europa e altri che hanno imposto sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Pechino ha affermato che le sanzioni creano nuove questioni e minacciano una soluzione politica del conflitto. “Non importa quanto pericoloso sia il panorama internazionale, manterremo la nostra attenzione strategica e promuoveremo lo sviluppo di una partnership globale Cina-Russia nella nuova era”, ha detto Wang ai giornalisti. “L’amicizia tra i due popoli è rivestita di ferro”, ha aggiunto».

Molti analisti contano ancora su una differenziazione di posizioni tra Mosca e Pechino, sostenendo ora che i russi alla fine entreranno in conflitto con i cinesi, adesso che Xi Jingping ha tutto l’interesse a mollare Vladimir Putin. Possibile. Non sarebbe male però essere preparati anche a scenari ben diversi.

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Su Startmag Gianmarco Volpe, global desk chief di Agenzia Nova, scrive: «Da Vienna potrebbe arrivare già nei prossimi giorni un nuovo accordo sul nucleare iraniano. Gli Stati Uniti e i partner europei hanno bisogno di rimettere sul mercato il gas della Repubblica islamica (attualmente sotto sanzioni) per far fronte a un’eventuale interruzione delle forniture russe e avere così più forza nei negoziati sull’Ucraina. Ma la fretta rischia di produrre un accordo al ribasso, e questo provocherebbe un’inevitabile reazione da Israele e dal Golfo. Le petromonarchie hanno già dato segnali d’insofferenza verso Stati Uniti (si veda il voto contrario degli Emirati sulla Russia in Consiglio di sicurezza Onu), con cui i rapporti sono freddi sin dall’insediamento di Biden. La nuova intesa con Teheran spingerebbe ora il Golfo direttamente verso Pechino».

Come diceva Lindon B. Johnson di Gerald Ford, il repubblicano chiamato in fretta e furia a sostituire Richard Nixon: «Non sa camminare e masticare chewing gum contemporaneamente». Riuscirà a farlo oggi la diplomazia statunitense? Riuscirà a isolare Vladimir Putin e insieme a non dare spazio ad altri pericolosi soggetti sovvertitori dell’ordine mondiale come gli iraniani?

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Su Formiche Emanuele Rossi scrive: «Israele ha bisogno della Russia sia per la Siria, ma anche Libano e Iraq che sono tutti dossier percepiti e filtrati da Israele sia attraverso il prisma iraniano, sia per altre questioni. C’è un rapporto che riguarda la proposta di mediazione russa nella questione israelo-palestinese».

Ecco una buona spiegazione di una delle contraddizioni in campo.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Anna Bono scrive: «L’Egitto è uno dei paesi in cui i cristiani sono perseguitati. Compare al 20esimo posto nell’elenco 2022, compilato dall’associazione Open Doors, dei 50 stati in cui il livello della persecuzione contro i fedeli è estremo o molto elevato. Quasi il 90 per cento della popolazione del paese è musulmana sunnita, i cristiani, in gran parte copti, sono poco più di 16 milioni sul totale di 104 milioni. L’islam integralista che in Egitto continua a esercitare una notevole influenza sulla popolazione, specie quella rurale, è responsabile delle violenze, delle discriminazioni, delle vessazioni inflitte ai cristiani. Tuttavia, a differenza di altri paesi islamici, gli egiziani cristiani possono sempre più contare sul concreto sostegno del presidente della repubblica Abdel Fattah al Sisi e del suo governo, tangibile e in virtù del quale, rispetto al 2021, il paese è sceso ben di quattro posizioni nell’elenco Open Doors. Nei giorni scorsi si è avuta una importante conferma della determinazione del presidente al Sisi a tutelare i cristiani. A febbraio è stato disposto, infatti, nell’ambito del programma di sviluppo urbanistico avviato nel paese, che ogni nuovo distretto urbano abbia una chiesa, a norma del piano regolatore, a prescindere dal numero dei cristiani che ne potranno usufruire. In una recente riunione con i membri del governo responsabili dei progetti urbanistici, il presidente ha espresso il suo impegno a garantire la libertà di culto a tutti i cittadini egiziani, minoranze incluse, e l’effettiva possibilità di praticarlo partecipando in luoghi consoni a celebrazioni, riti e altre attività religiose: “Dove c’è una moschea”, ha detto, “deve esserci una chiesa. E se la chiesa da costruire verrà frequentata anche soltanto da cento persone, bisogna costruirla ugualmente. Così nessuno dovrà riunirsi in un appartamento e presentare quella abitazione privata come una chiesa”».

Ecco un altro esempio di come le questioni internazionali siano sempre complesse: la politica estera obamiana tesa a esportare la democrazia nel mondo islamico aveva portato al potere al Cairo la Fratellanza Musulmana che come primo obiettivo si pose quello di perseguitare i cristiani, innanzi tutto la forte comunità copta. Al Sisi, arrivato al potere anche grazie all’appoggio di Mosca, sta man mano riparando la situazione precedente.

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Su Strisciarossa Oreste Pivetta scrive: «Francamente preferisco se non una pace intera almeno uno stop alla guerra, senza il vincolo di riconoscere un vincitore e uno sconfitto, uno stop che lasci vivere, che dia spazio alla trattativa, che ridia senso alla politica, il cui compito sarebbe, nobilmente, “riparare il mondo”».

Il movimento comunista nasce da un ripudio della guerra del ’14-’18 che gli farà conquistare rapidamente la Russia nel 1917. Ma non è un movimento pacifista, bensì sostanzialmente militarizzato e cresce nella guerra: quella civile contro le armate bianche, in Italia nella Resistenza dopo il 1943. La vecchia cultura realistica (e quindi non aliena dall’impegnarsi anche con le armi) comunista è oggi largamente dispersa anche per chi ne è legato sentimentalmente: resta una spinta alla pace magari non sempre realistica ma consapevole che alla diplomazia e dunque alla politica vada lasciato sempre uno spazio decisivo.

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Su Formiche Giuseppe Zappolini intervista Alberto Clò che dice: «In Europa c’è una scarsità sostanziale di metano, non c’è sufficiente capacità, chi profetizza l’indipendenza dalla Russia non sa di cosa parla, è fuori dalla realtà. Ci sono fior di simulazioni che smentiscono questa prospettiva. Qualcuno spieghi perché la Germania ha fatto dietrofront sul nucleare, solo dopo pochi giorni aver annunciato lo smantellamento delle centrali. Il cancelliere Olaf Scholz è impazzito? No, è realista e sa che la Germania come l’Europa non può fare a meno del gas russo. Siamo destinati a dipendere dalla Russia, mettiamocelo in testa. Ho sentito dire che l’Italia potrebbe essere libera dalle forniture di Mosca entro due anni e mezzo. Non è così, glielo assicuro».

Fermare l’aggressione russa è indispensabile: ma anche tenere gli occhi aperti.

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Su Huffington Post Italia si scrive: «L’Unione Europea si starebbe preparando a lanciare bond “su vasta scala” per finanziare le spese su energia e difesa. Lo scrive Bloomberg riportando fonti riservate secondo le quali i tecnici sono al lavoro per mettere a punto un piano da presentare dopo il prossimo summit di Versailles in programma per il 10-11 marzo. Ancora da decidere l’importo e la struttura dell’operazione. Lo spread fra Btp e Bund – un indicatore chiave per l’area euro – si è ridotto di 10 punti base a quota 150 dopo la notizia, mentre l’euro si è rafforzato sul dollaro e le Borse europee hanno immediatamente ripreso a correre. La mossa straordinaria giunge un anno dopo il bond comune che ha finanziato il pacchetto d’emergenza Covid nel Vecchio Continente. Ora l’Ue si ritrova a dover sostenere nuove spese straordinarie per far fronte alle conseguenze dell’invasione militare della Russia in Ucraina. “Dobbiamo trovare nuovi strumenti per dare risposta alle nuove questioni che la crisi ci pone davanti“, ha detto il commissario all’Economia Paolo Gentiloni a Strasburgo. Nessun commento dalla Commissione Ue, se non che si continua a monitorare la situazione in Ucraina e sui mercati, pronti a reagire alle nuove circostanze».

Ecco finalmente una buona notizia, speriamo che trovi conferme. Arriva con almeno 11 anni di ritardo? O meglio 27, se si calcola l’impasse da quando Jacques Delors, l’ultimo grande presidente, lasciò la Commissione europea? Meglio tardi che mai.

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