Fare la guerra alle patatine fritte e poi sdoganare la cannabis ricreativa?

Pianta di cannabis
Manifestazione a favore della cannabis legale (foto Ansa)

Su Dagospia si riporta un articolo sulla Stampa di Annalisa Cuzzocrea del quale riportiamo la frase centrale: «È nato a Torino nel 1938, ha 83 anni, potrebbe decidere di andar via in anticipo (favorendo proprio un passaggio del testimone con Draghi)». Quest’ultima probabilità di dimissione sarebbe l’argomento fondamentale a favore di una candidatura di Giuliano Amato che dalla sua ha una preparazione culturale e un sistema di relazioni anche internazionali invidiabili, e inoltre è (e ciò per me rappresenta una medaglia al valore) particolarmente inviso a quell’odioso forcaiolo di Marco Travaglio, per essere stato vice di Bettino Craxi. Però pietrificare le istituzioni italiane con sostanzialmente due personalità estranee alla “politica che c’è” potrebbe far fallire qualsiasi tentativo di ricostruire un qualche rapporto tra cittadini e assemblee elettive, consolidando l’idea che votare sia solo una perdita di tempo e preparando così nuovi “mostri” tipo i 5 stelle del 2018, nati proprio grazie ai commissariamenti della politica escogitati da Giorgio Napolitano dal 2011 in poi.

Su Affari italiani si scrive: «Leonardo Del Vecchio, il fondatore di Luxottica, l’uomo che oggi detiene circa il 6,5 per cento di Generali, il 19,4 per cento di Mediobanca e il 2 per cento di UniCredit, oltre al 27,2 per cento di Covivio con i suoi 26 miliardi di patrimonio immobiliare europeo, studia il sistema finanziario italiano». Che per partecipare alla lotta per la supremazia si debba avere più di settanta anni non è solo questione italiana: si consideri solo lo scontro tra Joe Biden e Donald Trump. Qui da noi però si sta esagerando perché oltre alla politica, anche nella finanza quello con le idee più giovanili è l’84enne presidente di Luxottica.

Su Formiche Paolo Alli, cogliendo bene le novità della politica europea e i riflessi che potrebbero avere su quella italiana, scrive di Friedrich Merz: «Farà certamente da guardiano contro qualsiasi tentazione di scivolamento a sinistra, rappresentando, a sua volta, un interlocutore credibile anche per partiti oggi posizionati a destra ma che condividono gran parte dei valori popolari». Maggioranze “Ursula” adieu?

Su Formiche Dario Cristiani scrive che «nell’ultimo periodo, Parigi ha incontrato una serie di difficoltà nel rapporto con molti attori regionali, come ad esempio dimostrato dalla visita del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Algeria ad inizio dicembre». Alla fine la politica di una nazione è innanzi tutto la politica estera (e per i francesi la loro presenza in Africa è questione fondamentale): quella macroniana rivela l’intelligenza del protagonista, le sue buone intenzioni, molti princìpi ammirevoli, tanta vivacità ma anche una retorica velleità di fondo che deriva innanzi tutto dalla mancanza di solide radici politiche nazionali. Uno Jupiter senza un vero Olimpo.

Sulla Zuppa di Porro si scrive: «La partita in Europa pare sempre più giocarsi tra i “decostruttori” e i “nonostante tutto” democratici. I primi, come al fondo voleva Angela Merkel, non vogliono un potere contendibile tra schieramento popolar-conservatore e liberal-socialdemocratico, ma cercano invece una via per gestire la guida dell’Unione Europea e degli Stati chiave con un mix di tecnocrazia e consociativismo. I secondi hanno ancora fiducia nelle chance di una politica che si fondi anche su confronti alternativi non solo su convergenze, pur indispensabili su tante questioni cruciali». Oggi in Francia, domani in Italia?

Sul Sussidiario Anselmo Del Duca definisce così i 5 stelle: «Una galassia fragile e litigiosa, che con i suoi oltre 230 grandi elettori, uno su quattro, rimane il gruppo più numeroso del parlamento». Una definizione perfetta e che invita a chiedersi chi (naturalmente al di là della specifica scelta deplorevole degli elettori, che peraltro avevano tutto il diritto di protestare) tra il 2011 e il 2021 ci ha portato a questa disgraziata condizione (con una galassia fragile e litigiosa che ha ancora la maggioranza relativa in parlamento) e perché si debba tenere in vita assemblee elettive ridotte così?

Su Dagospia da un articolo della magica Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera si cita questa frase di Luigi Zanda: «Per la stabilità dell’Italia, per il nostro buon nome e per dare autorevolezza al settennato sarebbe molto grave se le manovre dei partiti ci facessero perdere contemporaneamente sia Mattarella che Draghi». Ecco parole di gran buon senso pronunciate da uno che vede da vicino ciò che succede nel Pd innanzi tutto a opera del pasticcino Lettino (anzi “petit gâteaux” visto i suoi noti sponsor) e di quel pasticcione di Goffredo Bettini di cui persino il plantigrado Roberto Gualtieri ha colto le mosse affannate e inconcludenti.

Su Linkiesta Marco Taradash s’infila in un’impresa che sfida la logica (e il ridicolo): «Cosa farebbe al Quirinale Draghi? Con questi partiti, ideologicamente tossici almeno al 60 per cento e politicamente inetti al 99 per cento, potrebbe dedicarsi al turismo politico e intrecciare accordi sui grandi temi della politica internazionale, significativi in sé ma privi di ogni prospettiva concreta per l’Italia. Un secondo papato. Senza affaccio domenicale dal balconcino. Né dal balcone». Perché mai, invece, partiti al 60 per cento tossici e politicamente inetti al 99 per cento dovrebbero reggere seriamente Draghi in un anno di campagna elettorale? È evidente che l’unica “soluzione” proprio per le ragioni indicate sia pure con esagerazione (gli ex parlamentari tendono a essere sempre un po’ severi con i parlamentari in carica) dall’antico radicale sia quella di eleggere rapidamente l’attuale presidente del Consiglio presidente della Repubblica, con un governo ponte di un paio di mesi e poi ridare la parola agli elettori perché ci risparmino 450 giorni di campagna elettorale e portino un po’ di aria fresca e nuova a Montecitorio e Palazzo Madama. E se ha anche qualche idea meno bislacca di quelle che ci offre oggi, Taradash si presenti a candidato per disintossicare ed energizzare la politica.

Su Byoblu si dice: «Il Parlamento alza la voce contro l’accentramento del governo Draghi». Ma che senso ha dar vita a un sito ipercomplottista e non riuscire a leggere neppure gli intrighetti che piccoli enclave di parlamentari (guidati da Italia viva, cioè il raggruppamento per il quale ritardare il ricorso alle urne è estrema ragione di sopravvivenza) mettono in atto per evitare di anticipare quel giudice naturale della politica che in un sistema democratico è la sovranità popolare?

Su lavoce.info Enrico Rettore scrive: «Per ridurre in modo rilevante il numero di ingressi in terapia intensiva, servirebbe dunque ridurre (e di molto) il numero di non vaccinati, in particolare tra 40-59 e 60-79 anni». Parole particolarmente ragionevoli che dovrebbero consigliare il massimo di pedagogia, moderazione e pazienza – al di là naturalmente dei necessari provvedimenti di emergenza – nella tattica per convincere i refrattari. Le crociate quasi mai convincono gli infedeli a convertirsi.

Su Fanpage si scrive: «Licia Fertz ha 92 anni e le idee molto chiare: “Queste leggere sono anche ricreative, ogni tanto ti danno quella gioia di vivere…”». La risposta sul comportamento che si deve tenere sulle “canne” è contenuta in quel “ogni tanto” di cui parla la Fertz: già oggi chi “clandestinamente” consuma erba tende non di rado a farlo più spesso che ogni tanto. E, poi, in un mondo che sta sradicando l’uso delle sigarette ed è tentato dal perseguire persino chi mangia patatine fritte, è proprio necessario aprire un nuovo fronte legittimando l’uso della marijuana ricreativa?

Sugli Stati generali Paolo Natale scrive: «I 5 stelle sono la forza politica oggi messa peggio: oltre ad aver già perduto almeno la metà del suo elettorato delle ultime elezioni politiche, con la prospettiva di perdere ancora consensi, dovrà per forza di cose chiarire e chiarirsi la propria proposta politica per poter sopravvivere degnamente il periodo che ci separa dalle prossime consultazioni, e sperare che siano il più lontano possibile». Parole perfette che però non spiegano perché il resto del mondo politico sacrifichi l’evidente esigenza di andare presto a votare all’obiettivo di aiutare i 5 stelle a sopravvivere?

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